Boombox meets…Il Fieno

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con i ragazzi de Il Fieno che potrete vedere domani – giovedì 4 febbraio – sul palco dello Zog di Milano.

In Poveri Stronzi ripercorrete alcune tappe della storia Italiana pescando a piene mani dall’immaginario popolare. Tra riferimenti alla Strage di Capaci e al triste calcio di rigore di Roberto Baggio ad USA ’94 emerge un ritratto collettivo di un popolo di “Poveri Stronzi”. Quanto vi sentite legati al retroterra culturale italiano e in che modo vi influenza nella scrittura dei testi?

Il contesto in cui cresci finisce inevitabilmente per influenzare la persona che diventerai. Siamo stati bambini in anni molto diversi da quelli attuali, anni in cui l’infanzia e l’adolescenza erano qualcosa di un po’ più vero e semplice. Non vorrei scadere nella retorica ma la tecnologia ha davvero stravolto quelle che erano le tappe che un po’ tutti noi, figli degli ’80, abbiamo attraversato per diventare adulti. Oggi, quando scrivo so che chi mi ascolta in buona parte non capirà i riferimenti culturali che stanno dietro a determinate cose che canto. Poveri Stronzi in questo senso è emblematica.
Siamo molto legati a un certo tipo di immaginario “popolare” fatto di cose semplici e banali, cose che chi è cresciuto in una qualsiasi periferia del nord Italia a cavallo degli anni ’80 e ’90 porta addosso. Se da una parte ci lascia amareggiati vedere come il contesto in cui siamo cresciuto ormai non esista quasi più, dall’altra ci terrorizza abbastanza vedere come quello stesso contesto abbia generato una situazione sociale, culturale e artistica come quella attuale. Da questo punto di vista ricordiamo un sacco di “vita” nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza, ora vediamo quasi solo un appiattimento preoccupante. E ci facciamo delle domande. Non possiamo non pensare che sia anche colpa nostra, oltre che delle generazioni che ci hanno preceduto.

Una delle cose che colpisce dell’ultimo album è la cura estetica dei videoclip dei singoli. Mi riferisco in particolare a Hiroshima. Che rapporto intercorre nella vostra esperienza tra musica e video? Cosa cercate di comunicare con questo strumento?

Sinceramente, i videoclip nel nostro caso sono sempre stati curati quasi per intero da chi li ha realizzati, quindi non possiamo che cedere ogni merito ai registi e ai loro collaboratori. Mi rendo conto che suoni riduttivo, all’alba del 2016, ma per noi i videoclip sono un mezzo per promuovere le nostre canzoni: siamo musicisti, la musica è la cosa più importante per noi, ed è ciò che meglio ci rappresenta.

Uno dei temi ricorrenti dell’ultimo album è l’adolescenza in provincia e la progressiva emancipazione da famiglie tradizionali e cattoliche. E’ stato difficile spiegare ai vostri parenti alle cene di Natale il desiderio di fare della passione per la musica un impegno full time/professione?

No, perché di fatto sono anni che ci convivono e comunque abbiamo tutti e 4 un altro lavoro che ci permette di mangiare e pagare le bollette. Bisogna dire che i nostri genitori hanno anche capito che dietro a Il Fieno ci sono una professionalità e un percorso di un certo tipo. Diciamo che a volte percepisci, da parte di alcuni parenti e amici più o meno stretti, un certo imbarazzo nel trattare l’argomento: probabilmente faticano a comprendere cosa ci spinga a spendere soldi ed energie in una band, ma questo è un discorso che và al di là della musica. In Italia qualsiasi coinvolgimento con qualsiasi attività artistica, dopo il compimento dei 20 anni, viene visto come una totale perdita di tempo e/o considerato alla stregua di un hobby. Amen, direi che ce ne siamo fatti una ragione da parecchio tempo.

Come in un concept album si passa dal racconto dell’adolescenza di Del Conseguimento della Maggiore Età al passaggio all’età adulta (che forse si vorrebbe evitare) di Maelstrom. Come avete vissuto queste due complicate fasi della vostra vita? Quanto è stata forte la paura di essere inghiottiti in un vortice (come il Maelstrom norvegese) fatto di una quotidianità insoddisfacente e sempre uguale?

Credo che nessuno di noi finirà mai per vivere il tipo di quotidianità a cui fai riferimento tu: non è nella nostra indole, non è quello che vogliamo e in definitiva scrivere canzoni e portarle in giro è qualcosa di cui non possiamo fare a meno. Per me è sempre stato così, e sempre lo sarà.
Quello che ci terrorizza è piuttosto vedere come tante persone che ci circondano e con cui siamo cresciuti vedano nella routine familiare e lavorativa l’unico trampolino verso una vita felice: in tutta onestà non credo ci sia nulla di più orribile e annichilente della mediocrità a cui il 90% della gente anela.
La stabilità lavorativa, i figli, una famiglia possono di certo essere tappe di un percorso, ma cristo non ne sono certo la fine. Ci deve essere dell’altro. E se non c’è ce lo inventiamo: meglio sognatori che morti.

La vostra musica è un potente mix tra rock classico e synth pop. Ci sono stati alcuni ascolti che vi hanno influenzato nella produzione del disco o gruppi a cui sentite di esservi ispirati?

Ad essere sinceri questa cosa del synth pop non è la prima volta che la leggiamo e non la capiamo molto: tolto l’ultimo brano del disco (La Fine), I Vivi è interamente suonato da chitarra/basso/batteria. Non ci sono tastiere, e il nostro approccio è stato da subito quello di scrivere un disco con canzoni capaci di stare in piedi da sole, senza eccessivi fronzoli in fase di arrangiamento. Detto questo, gli ascolti che ci hanno maggiormente influenzato (decisamente più nelle intenzioni che nella resa finale) credo siano stati Unknown Pleasures dei Joy Division, il periodo berlinese di Bowie, The Idiot di Iggy Pop e in generale i Cure, i The National e i primi lavori degli Arcade Fire. Pure certe robe dei Baustelle, ammettiamolo dai.

Si è da poco concluso un tour che vi ha fatto portare le storie de I Vivi in giro per tutta l’Italia. Cosa avete tratto da questa esperienza e quali sono i vostri progetti per il futuro?

Da questo tour abbiamo capito di avere un seguito: piccolo, magari insignificante agli occhi di molti, ma fedele e in crescita. Questa cosa ci ha letteralmente riempito il cuore, e il fatto che sia il risultato di un disco autoprodotto e di un tour composto quasi interamente da date trovate e chiuse da noi ci riempie di orgoglio.
Riguardo i progetti futuri: faremo qualche data da qui all’estate, ma direi che i prossimi mesi saranno quasi interamente spesi nella scrittura del prossimo album.
Ah, a breve uscirà il video di Oslo, il quarto estratto dal disco.

A cura di Carlo Michele Caccamo

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