Di loro c’è tanto da dire musicalmente, della loro carriera iniziata nel 2006 e che continua a portarci soddisfazioni. I Ministri sono una garanzia che ha uno stile proprio e un sound riconoscibilissimo. Ci sarebbe tantissimo da dire ma non c’è bisogno di dire nulla. Federico, Davide e Michele sono tornati .
Tornano nel 2018 con il loro nuovo album, Fidatevi, e noi ci abbiamo fatto due chiacchiere.

Sarà una cosa mega sentimentale perché io vi ho scoperti tramite i miei cugini grandi, vostri assiduri ascoltatori. Ascoltavamo in loop I soldi sono finiti. Eravate diventati il nostro anello di congiunzione.
C
ome state vivendo questo momento, questo nuovo album?

Ecco, ora sta partendo la parte in cui chiacchieriamo un sacco dell’album, senza prepararci troppo. Sai il disco si crea, viene su, poi ne devi parlare ed è strano, noi non ne parliamo così tanto tra di noi. È un po’ il momento in cui per la prima volta il disco esce di casa, lui che è un po’ come un figlio a cui hai detto “Fai così, qui comportati così qui abbi questo ritornello” poi lo lasci uscire di casa e va, e diventa la vita di qualcun altro. È un momento bello ma bello in una maniera strana, non perfettamente quantificabile. E poi per come siamo fatti abbiamo già un pezzo di testa al live, per noi i nostri grandi doveri sono prima del disco quando si entra in studio e poi quando dobbiamo salire sul palco.

Avete fan che vi seguono e vi aspettano da dodici anni. Ma l’hype che si crea intorno a voi è enorme anche per i ventenni (qui parla la me fan). Quali sono le differenze che una persona che ascolta Fidatevi trova con il vostro lavoro precedente?

Allora, secondo me ogni disco è diverso come musica e storia da quello che lo precede. Il nostro ultimo album era stato approcciato in maniera estremamente diversa, stavamo cercando qualcosa che ci lasciasse un segno, che entrasse nelle nostre vite attraverso incontri con persone tenute assieme dall’amore per la musica. La scelta di andare a Berlino, di lavorare in un altro idioma,con un produttore straniero è stata una esperienza totalizzante. Finito l’incanto della realizzazione del disco c’è stato il portarlo fuori, proprio come adesso e poi un processo di autocritica e autoanalisi. Ci siamo chiesti “cosa possiamo avere, cosa possiamo cercare di più?”; effettivamente fare i dischi, dopo che ne fai più di due, tre, quattro può essere davvero difficile, soprattutto nel trovare nuove ambizioni, qualcosa su cui rilanciarsi,qualcosa che ti stupisca ancora. Quindi questa volta ci siamo concentrati del tutto sulla ricerca di un disco pulito per noi, che rappresentasse il più possibile quello che era un accordo non forzato di gusti e sonorità, qualcosa di un po’ più intimo e meno con l’ansia del dovere impressionare chi ci sta davanti. Abbiamo fatto un disco che ci piace con le references che piacciono a noi. E comunque per farlo piacere a noi tre ce ne vuole perché siamo belli esigenti e parecchio eterogenei su certe cose. È un disco che ha dodici tracce molto diverse l’una dall’altra ma belle dense, vivono una accanto all’altra ma di vita propria.

Io che ho ascoltato il disco posso dire che è eterogeneo, è come sentire tanti dischi diversi, il che è una bomba perché non annoia, continui ad ascoltarlo e scoprirlo.

Allora, lì c’è stata un po’ di esperienza, tanta musica ascoltata e  ogni pezzo chiedeva e chiamava un arrangiamento ben preciso. Poi quando è stato composto abbiamo scelto il produttore con cui avevamo anche già lavorato che è Taketo Gohara, però l’ultimo lavoro fatto con lui era Tempi Bui, tanto tempo fa, quindii ritrovarsi a distanza di così tanto tempo è ritrovarsi diversi. Siamo cambiati noi ed è cambiato lui e ci sono tanti momenti all’interno del disco che hanno vissuto molto l’intervento di Taketo, che dopo l’esperienza con Vinicio Capossela e Brunori,  si è aperto parecchio al sonorizzare certi momenti o a valorizzarli parecchio e anche agli imprevisti.

Ci sono stati imprevisti?

No, niente imprevisti nel senso che noi siamo molto razionali, arriviamo in studio con la pre produzione fatte e alcuni pezzi suonavano identici a  come poi sarebbero stati in definitiva. Quindi noi andavamo da Taketo  a dire  “deve suonare così”, e  lui ha lasciato invece una sana parte di imprevedibilità anche nella singola esecuzione, nella sporca tura e nel fatto che lui era quello a lottare per mantenere l’imprevisto. Ci sono stati anche momenti di improvvisazione, ci sono stati momenti anni ’70 per cui rendevi ad improvvisazione ciò che provavi in quel momento, in quel posto e con quel mood . Ti fai trasportare.

Tu prima hai parlato dell’esperienza all’estero, a Berlino, per Cultura generale. Ecco, parliamo dell’esperienza che possiamo vedere anche noi: il video di Tra le vite degli altri è girato interamente in Bulgaria. Come vi è nata l’idea della Bulgaria?

È stato un caso, grazie a dio il caso aiuta. Abbiamo incontrato e scelto Martina Pastori, regista molto giovane e molto punk ( anche se ha girato anche video per Ghali). Parlando con lei e analizzando il brano, le questioni di fierezza, orgoglio e di un certo tipo di racconto, le è venuto in mente di fare un video in Bulgaria coinvolgendo le persone. Abbiamo un po’ pianificato il viaggio anche se poi lei è andata in giro a fermare ragazzi e dire “ok, vieni in giro con me due giorni!” ( vedi i ragazzi protagonisti del video). In qualche modo è venuto un video che racconta benissimo la canzone ( anche senza la nostra presenza. Noi siamo rimasti in Italia).  E la cosa incredibile è che il monumento alla fine, che si chiama Buzludzha, noi lo avevamo adocchiando da tempo perche ci sembrava avesse a che fare con noi, dato che siamo sempre stati affascinati dalla grafica costruttivista e sovietica, da quel tipo di immaginario lì e da quell’architettura e, di nuovo, il destino ce l’ha servita su un piatto d0argento.
Quando Martina ci ha fatto vedere il video la prima volta, ci stavamo per mettere a piangere.

Ecco, la Bulgaria mi aveva lasciata stupita come scelta dato che è un paese di cui si sa poco, è un po’ lontano dalle classiche mete. E pensare che una band italiana sia andata a girare il proprio video lì lo rende ancora più figo!

Sì, si sa pochissimo. Però sai c’è gente, c’è una vita e mai come oggi è simile alla nostra, ora che le distanze sono relative, quasi inesistenti. Figurati che i ragazzi che ci sono nel video ci seguivano e erano gasatissimi (ridono).

Passiamo al nuovo album, il titolo è Fidatevi” e oggi, proprio oggi ( ndr oggi è il 5 marzo), parlare di fiducia è difficile. Invece voi ne fate il titolo del vostro nuovo album. Titolo, per altro, importante. Cosa è la fiducia di cui parlate?

Incredibile parlarne proprio oggi, imprevisto assoluto (ridono). È un titolo che ha avuto senso con le cose che sono successe attorno al disco e stanno succedendo nel paese. Anche se questa volta qualcuno avrà vinto, parlando di voto, quindi qualcuno sarà soddisfatto di aver riposto la propria fiducia lì. Al di là di questo, il nostro discorso sulla fiducia, oltre ad essere una provocazione verso chi ci seguiva prima, che doveva fidarsi quando abbiamo cominciato a comunicarlo senza dire effettivamente niente ( il tour a scatola chiusa),  si fonda anche sull’idea di iniziare ad avere un rapporto con i fan che vada fuori dal social e che sia più umano. Io provo a calarmi nei panni di uno che ascolta noi, la fiducia verso una band sta nel fatto che sai che per quanto potrà cambiare , avrà sempre onestà e identità. È importante questo, io lo ho verso alcuni registi, è un legame. È rassicurante e ti accompagna.
Noi siamo musicisti ed è facile fidarsi di un musicista; poi se ti tradisce gli giuri morte e maledizioni, ma dei musicisti ci si fida molto più che di altri..Però esiste una fiducia profonda tra fan e artista, è nel nostro linguaggio. Quello che rimane a noi che facciamo un suono ormai fuori dal tempo che non fa più nessuno e che nessuno è più spinto a fare è la credibilità, e la credibilità deriva da una fiducia reciproca con chi ci ascolta, un patto non scritto.

E questa fiducia può essere descritta come il filo conduttore del disco. Il titolo lo avete scelto a disco chiuso o all’inizio?

Allora anche questo è stato un imprevisto. Guardando i testi scelti ci siamo resi conto che il concetto di fiducia tornava spesso, al di là che proprio come parole “ fiducia” e “ fidarsi”, proprio come tematica. Ci siamo accorti che parlavamo di fiducia in tutte le sue sfaccettature. E poi c’è un pezzo nell’album, che è  uno degli ultimi che abbiamo fatto, che si chiama Fidatevi e ci siamo accorti di avere il titolo, che era anche un biglietto da visita. I pezzi candidati ad entrare nel disco erano il doppio, quindi c’era di tutto e i titoli devono avere delle caratteristiche però ne abbiamo pensati tanti e poi è arrivato Fidatevi. Poi ci piaceva l’idea del Voi.

Beh, voi avete lanciato il guanto di sfida. “ Fidatevi” di cosa, come?

Secondo noi la cosa va vista sotto tanti punti di vista. Gli Oasis hanno detto “ Please don’t put your life the hands of a rock’n’roll band” e invece noi lo chiediamo, ma anche fidatevi voi nella vita, di tutto.
Poi ovviamente fidatevi e, per rassicurarvi, abbiamo messo uno squalo in copertina.

Ultima domanda: con chi collaborereste di nomi vecchi e nuovi?

Allora, con la nostra generazione ti direi nessuno, non condividiamo terreno comune e sarebbe difficile, rimane il bel rapporto di amicizia.
Mi piacerebbe Zucchero! O Emma ( dice provocatoriamente ), sai con lei abbiamo un aneddoto. Lei stava registrando accanto a noi alle Officine Meccaniche  e oltre ad essere una professionista è una persona carinissima, quindi ogni tanto ci fermavamo a parlare o lei veniva da noi a sentire i pezzi, gasatissima. Ecco, Divi si fa anche una foto e, provocatoriamente, la piazza sul suo Instagram scrivendo “e alla fine vengono a trovarci in studio”. Tu non puoi capire la gente, impazzita, è lì che cade la fiducia, perché la fiducia deve essere sana e costruttiva.
Quindi Emma o Zucchero, il primo che risponde!

A cura di Mariarita Colicchio

 

 

 

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