Il ritorno sulle scene di Galeffi (anticipato da tre brani usciti negli ultimi mesi, America, Cercasi Amore e Dove non batte il sole) è sicuramente uno dei più bramati nel panorama indipendente italiano. A poco più di due anni dalla pubblicazione di Scudetto, il suo fortunato disco d’esordio, e in attesa di ascoltare il suo novo progetto, lo abbiamo incontrato negli studi Universal per parlare con lui di strade da trovare, futuro e di come sta oggi l’indie.

Ciao Marco, innanzitutto come va? Sento che oggi hai un po’ di mal di gola.
In realtà è una burla, sto bene! Non fa nemmeno troppo freddo a Milano quindi tutto bene.

Ottimo. Partirei andando un po’ indietro nel tempo. Sono passati ormai poco più di due anni e mezzo dal tuo primo disco; in tutto questo tempo, ci sono delle cose in cui senti di essere cambiato? Quali sono le differenze fra il Galeffi di Scudetto e il Galeffi che ascolteremo nel nuovo disco?
Non penso di essere troppo cambiato in realtà, semplicemente credo che sia solo un discorso di crescita umana e personale. Alla fine è sempre Marco che scrive le canzoni, al di là del nome Galeffi. Le canzoni le scrivi poi partendo comunque dagli input che hai nella vita, quindi crescendo fai esperienze in più che prima magari non avevi, hai delle nuove idee, ti metti in discussione, quindi è semplicemente un’evoluzione naturale come penso sia per tutti quanti. Credo quindi sia la conseguenza di una crescita personale.

Parlando del nuovo disco mi viene in mente una frase di Caparezza che dice che il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista. Scudetto è stato un esordio notevole, che ti ha aperto tante porte e ti ha dato la possibilità di calcare palchi molto importanti. Ti ritrovi in questa affermazione?
Guarda, la verità è no. Per come sono fatto io, rendo molto di più nei momenti di stress e di esame, perché riesco a dare il meglio. Quando la situazione è ferma, o ha obiettivi “normali”, sono una persona un po’ pigra, che si adagia un po’. Per il primo disco, già solo la possibilità di farlo uscire era un risultato, che è una visione anche un po’ romanticamente ingenua, e quindi bella e pura. La visione ora era “cavolo, devo fare il secondo disco, devo confermare e cercare di migliorare”, quindi è stato più un esame. Il primo disco è un jolly, te lo giochi e se va bene, bene, se va male hai il secondo disco. Aver fatto comunque bene nel primo disco mi ha messo subito davanti un grande senso di responsabilità, nei miei confronti, nei confronti di chi mi ascolta e di chi mi segue come squadra, e di conseguenza ho cercato di alzare l’asticella il più possibile, e mi sento di averlo fatto.

Hai trovato quindi una tua dimensione? Nel primo disco magari c’è quell’incertezza per cui la strada non è ancora ben definita, è una sorta di percorso in divenire…
Secondo me la sto ancora cercando. Questo disco ha ancora delle robe di Scudetto dentro, perché comunque mi appartengono quei suoni e quelle melodie un po’ anglosassoni. Ci sono dei pezzi nel nuovo disco che richiamano Scudetto e dei pezzi che vanno totalmente in contrasto. Adesso – a vederlo da fuori che ormai è chiuso – ho la sensazione che sia un disco che guarda un po’ al passato e al Galeffi del futuro.

Prima dicevi che devi fare un album, come se fosse un’esigenza, quindi mi chiedevo se puoi spiegarci quale sia questa esigenza.
Vabbè devo farlo anche per obblighi contrattuali (ride), poi in una visione più artistica e romantica sicuramente finché l’album non mi piace non esce, non è che puoi far uscire una cosa che non ti piace, anche perché la faccia è la mia, se fa schifo se la prendono con me e col cavolo che lo faccio uscire. Sicuramente avevo delle cose da dire e le ho dette. Prima scherzavo, era ovvio che dovessi fare un altro disco, però avevo proprio voglia di farlo, aldilà che lo dovessi fare perché il contratto dice che devo far un altro disco prima di morire, avevo voglia di mettermi al lavoro, di mettermi in discussione, di mettermi sul pianoforte e vedere cosa fossi in grado di fare.

E rispetto a quello che è già uscito, le anticipazioni che abbiamo avuto, come si legano col nuovo album? Ci raccontano già quello che sarà?
Se mi seguite sui social io un pochetto l’ho didatticamente spiegato; in qualche post ho scritto che Cercasi amore ed America erano gli estremi opposti del disco e che l’album è il nocciolo che sta all’interno. Probabilmente Dove non batte il sole è un po’ il cerchio di centrocampo dell’album. Sono comunque delle canzoni che servivano ad incuriosire: Scudetto aveva una sua identità, che ero io, chiaramente non potevo fare uno Scudetto 2.0, in primis perché non andava a me, volevo fare una cosa diversa e capire delle cose, chi non mette in dubbio nulla è un idiota, uno non è che deve cambiare idea come cambia il vento, ma comunque deve cercare di trovare nuove strade, nuovi stimoli, nuove ispirazioni. La ricerca è fondamentale, non solo nella musica, ma anche nella vita. Immagino che chi mi ha conosciuto con Occhiaie, Tazza di te e Camilla, quando si è ritrovato di fronte America e Cercasi Amore magari ha detto “Ma che je sta a prende’ a Galeffi?”.

Hai ricevuto dei commenti del genere?
Un po’ sì, ma era proprio quello l’obiettivo, far arrivare il messaggio che non sapete che cosa vi aspetta, fidatevi che non sarà la stessa roba. Non sto dicendo che ho scritto la Divina Commedia, dico che se prima ho scritto un libro, questo non è la parte due, ma è proprio un altro libro.

Per quanto riguarda invece le influenze musicali che ci sono in questo nuovo disco, se ti dovessimo chiedere di farci una playlist con cinque pezzi o artisti che hanno influito di più durante la lavorazione dell’album, cosa sceglieresti?
Ti direi sicuramente Andrea Laszlo de Simone, Cremonini, i Beach House, Mina e i Portishead.

Come mai Mina?
Mah forse in certe frasi, in certe melodie classicheggianti, e comunque Mina è una gigante. Ci sono delle canzoni che mi sono proprio risentito e riscoperto con un orecchio più maturo e di studio.

Parlando invece del tuo esordio, oltre ad essere passato qualche anno, anche nel panorama “indie” – se così ancora si può chiamare – è cambiato il feeling che c’è al riguardo. Prima forse, negli anni in cui hai fatto il botto, era più semplice esordire, adesso come ti collocheresti rispetto a ciò?
Secondo me ci sono stati vari flussi; io probabilmente sono stato il più fortunato fra gli sfortunati e il più sfortunato fra i fortunati, perché sono arrivato in un momento di passaggio: sono arrivato un po’ alla fine del grande botto e sono stato il primo ad arrivare quando scendeva un po’ l’attenzione perché iniziavano ad esserci troppe cose, troppi progetti e troppa normalizzazione del fatto che uscissero artisti emergenti. Ho sfiorato il momento di massimo apice in cui sembrava – erroneamente – che bastava che sbadigliassi per avere un seguito. Il mio anno poi è stato comunque abbastanza complicato riuscire ad emergere, però l’indie è cambiato perché è diventato sicuramente più popolare ma già quando sono uscito io lo era. Forse rispetto a prima è cambiato che tipo a Sanremo ci sono dei progetti indipendenti, che nelle radio è più facile entrare senza per forza far parte del circuito delle major, mentre prima l’indipendente la radio se la scordava.
Poi vabbè, come in tutte le cose ci vuole culo, ci vuole la bravura, l’importante è fare il massimo.

E secondo te questo cambiamento è positivo?
È sempre positivo perché comunque non sarà eterno; i flussi vanno e vengono, come tutte le cose. Fino a cinque anni fa l’indie non esisteva, è partito il flusso dell’indie, poi quasi ha superato il resto, poi c’è stato un po’ di down e ora è come se si stesse stabilizzando di nuovo, sta trovando la sua strada. Però sarà una fase anche quella, quindi non riesco a dare un giudizio meglio o peggio. Al massimo mi incuriosisce come ancora si possa evolvere, ma quello probabilmente dipenderà sia da chi scrive le canzone, sia da voi come le fate vostre. Se l’indie resta una moda, allora scomparirà. Se l’indie invece si slega dal fatto di essere una moda, e viene riconosciuto come un periodo storico in cui escono tante cose dal basso, a quel punto quello che resta sono le canzoni, quelle canzoni che magari vi fanno innamorare e che cantate, e se non le usate come usa e getta, allora si può costruire un futuro. Guardo ad esempio il mio caso specifico: Cremonini me lo canticchiavo alle elementari e mi compravo il quaderno dei Lunapop, e non l’ho mai abbandonato. Al di là se era pop o non pop, mi piaceva e basta. Stavo in fissa, mi è sempre piaciuto, ogni disco che ha fatto – anche se facevo fatica nei primi ascolti – ogni volta dicevo “Mazza però è più figo di quello prima”. Così si costruiscono le carriere, facendo sempre bene, evolvendosi sempre. La speranza è che contino sempre le canzoni.

E perché secondo te un sacco di gente sostiene che Cremonini sia stato il precursore dell’it-pop?
Io noto che tutti quelli dell’indie sono cresciuti con gli Oasis, i Coldplay, i Blur, i The Verve e in generale con la musica anglosassone, quindi tutti quelli che sono nati fra la metà degli anni ’80 e gli inizi del ’90 hanno nelle orecchie quel tipo di sound. Cremonini è uno che anche lui aveva una passione particolare per un certo tipo di musica brit-pop, che è molto vicina a quello con cui siamo cresciuti noi, quindi è semplicemente una coincidenza. È stato un po’ il primo a tirare fuori delle melodie che in Italia non si facevano.

Parlando invece dei tuoi live: in questi ultimi anni hai calcato dei palchi molto importanti, mi vengono in mente il Mi Ami e lo Sziget; quanto hanno contato queste esperienze per il tuo percorso?
Scudetto è stata una palestra, perché comunque ci siamo fatti la gavetta vera: siamo partiti da locali minuscoli e a mano a mano la storia cresceva. Sicuramente quando abbiamo fatto le robe più importanti, il fatto di aver fatto la gavetta ed esperienza mi ha fatto vivere con un certo tipo di spalle larghe i concerti impegnativi.

A cura di Greta Valicenti e Sara Palumbo

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