Sabato 24 novembre, agli sgoccioli di questa Milano Music Week, mi sono fatta un giro all’evento organizzato da INRI a inEDI, dove si sono esibiti Friz, Miglio e Gente, tre fra le nuove leve di casa INRI. Prima che si esibissero però ho fatto loro qualche domanda, ed è andata più o meno così.

FRIZ 

Tokyo è il tuo ultimo singolo. Come mai questo titolo?
In realtà è un titolo estremamente casuale, così come la maggior parte dei titoli delle mie canzoni e delle canzoni che compongo con Fed. Quando siamo in studio dobbiamo decidere come salvare la sessione e spesso e volentieri c’è una parola che identifica quel momento; in particolare in questo brano c’è la parola Tokyo che ritornava, quindi l’abbiamo salvata così. A posteriori in realtà se devo considerare un po’ il brano, il titolo si sposa bene perché in quella parola condensa il fulcro del brano stesso che è questo stato d’animo metaforico di decompressione e claustrofobia.

Per altro hai presentato il brano su un grattacielo a Ferrara.
Sì, l’abbiamo fatta lì perché io ho vissuto a Ferrara e in quella data l’abbiamo eseguito nella versione consueta. Dall’appartamento di Ferrara in cui vivevo c’erano questi palazzoni di trenta piani un po’ dimessi che vedevo in lontananza, che un po’ sparivano nella foschia della bassa padana e un po’ ritornavano, e anche questo immaginario è stato un po’ parte del brano.

Nel tuo singolo precedente, Subaffitto, dici “scrivo dei cazzi miei”, che ascoltando poi la tua musica risulta essere una cosa molto veritiera. Sei molto personale nella scrittura, e dai l’impressione di essere davvero autobiografico, cosa che non è poi così scontata al giorno d’oggi.
Sai, dire che scrivo per necessità sembra una cosa banale e un po’ trita e ritrita, però è vero, e nella mia scrittura è molto presente questa dimensione, così come è presente nel mio modo di pormi nei confronti della musica. “Scrivo dei cazzi miei” in realtà era anche un po’ una provocazione, poi che ci sia molta autobiografia è vero, ma la mia autobiografia risponde anche a delle dinamiche interpersonali e a delle questioni politiche e sociali con cui io mi intrattengo tutti i giorni per necessità di lavoro o di studio, e che poi inevitabilmente finiscono nelle mie canzoni. Il mio modo di scrivere è strettamente legato alla mia vita.

Diciamo che sei distante dal rap odierno più mainstream anche per i temi che tratti, che sono distanti dal trittico sesso, droga e soldi.
Assolutamente sì, anche perché comunque abbiamo dei riferimenti musicali ben diversi.

Quali sono i tuoi?
I miei riferimenti musicali arrivano decisamente dal cantautorato. Ad oggi invece una delle rappresentazioni musicali che mi piace di più è la nuova scena britannica che va da King Krule a Yellow Days, che ho anche visto a Milano. Per quanto mi riguarda, quella scena è molto più stimolante sia a livello di creazione compositiva, sia a livello di scrittura ed interpretazione. Fed Nance, che cura tutta la parte della produzione musicale, ha vissuto per anni a Manchester e anche per questo abbiamo questa commistione musicale che deriva da lì. Noi poi l’abbiamo riportata nel mio mondo che comunque non è ben definito, è molto dilatato, e subisce molto l’influenza di tutto quello che ascolto.

Per quanto riguarda l’Italia invece cosa ti piace di più? In tema rap Bologna è una bella fucina.
Molto. Devo dire che io non ascolto tantissimo rap, però ci sono dei progetti interessanti e molti di coloro che ne fanno parte ho la fortuna di averli come amici, ad esempio i Funk Shui Project, che sono usciti con un disco ultimamente e che sono come miei fratelli, lo stesso Dutch Nazari o Gente. A Bologna adesso si respira un’aria molto positiva, c’è una bella atmosfera perché c’è tanta condivisione e commistione.

Tornando invece a Tokyo, dal punto di vista musicale è molto più distorta dalle tue cose precedenti: è una cosa voluta?
Sì, è assolutamente una scelta e anche lì è un lavoro di provocazione sonora. Ci piace osare e ci piace fare cose che rappresentino un po’ quello che siamo, nella vita e nella musica.

È un po’ come se non aveste la pretesa di piacere per forza a tutti.
Assolutamente, anzi. Non stiamo lavorando su quei paradigmi. L’effetto distorto, “nastrato”, è una caratteristica che nelle produzioni di Fed è molto presente. Qui l’abbiamo voluta esasperare perché ci sembrava potesse essere una cosa assolutamente particolare e fuori dalle righe. Poi non so se sia una qualità o meno, però noi lo stiamo facendo totalmente.

Beh io lo trovo davvero lodevole. Parlando invece un po’ di Rose Sélavy?, il tuo ep uscito nel 2015, all’interno c’è una canzone che si chiama Leopardi. Ti senti un po’ pessimista?
Abbastanza. Non cosmico perché nella mia vita non c’è una disillusione di fondo. Fare musica per me è una grande fortuna quindi non vedo le cose totalmente nel lato peggiore, però dai diciamo che soprattutto quando veicolo i miei stati d’animo nella musica non sono così felice, preferisco chiudermi, pensare alle mie cose e scriverle.

MIGLIO

Stasera presenterai il tuo nuovo singolo, Gli uomini elettronici, che non potrebbe essere più attuale. C’è una frase in particolare che mi ha colpito, ed è “le mie idee sono più forti delle tue, è questo che vogliamo sentire”. Pensi che questa “democrazia incontrollata” che vige sui social abbia in qualche modo legittimato un sentimento di prevaricazione che sfocia troppo spesso nella violenza verbale?
Assolutamente sì. Ho fatto delle letture, come ad esempio Nello sciame di Byung-Chul Han, un filosofo sudcoreano che in questo saggio si riferisce proprio alla shitstorm, che io cito nel pezzo, e che sarebbe la guerra digitale che avviene all’interno dei social. Io prendo quella citazione per riferirmi proprio a questo concetto che vedo quotidianamente, questa guerra che avviene tramite commenti che poi in realtà faccia a faccia non diresti mai.

Un’altra cosa che dici nel brano è “stalkami l’esistenza”. Mi spieghi un po’ questa frase?
Diciamo che i social, i mezzi tecnologici che abbiamo consentono di avere dei rapporti virtuali e velati dallo schermo, e proprio per questo si possono fare tante cose, fra cui inveire verso l’altro in modo che può sorpassare lo schermo e colpire in modo diretto la persona. “Stalkami l’esistenza” è un po’ una metafora, perché ormai tutto passa da lì.

Parlami un po’ dei tuoi riferimenti musicali.
Io sono cresciuta ascoltando fondamentalmente i cantautori, da Fossati, a Dalla a Rino Gaetano. Poi verso i diciotto/diciannove anni sentivo che mancava qualcosa a livello di sonorità – non che a questi grandi mancasse – però sentivo il bisogno di ascoltare anche altro e sono arrivati Jeff Buckley, i Nirvana, Nick Drake e tutta una serie di sonorità che mi hanno contaminato e che infatti oggi sento nelle mie cose. La mia musica è un po’ un lavoro di contaminazione fra italiano, soprattutto nella scrittura, e di cose arrivate da fuori per quanto riguarda le sonorità.

Mi rendo conto che sia una domanda banale che qualcuno probabilmente ti avrà già fatto altre volte, ma quanto è difficile oggi essere una donna nel mondo della musica? Anche alla luce dei fatti che stanno accadendo in queste ore.
È molto difficile e sarei falsa a dire il contrario. Vuoi o non vuoi c’è sempre una difficoltà in più, e purtroppo viviamo in una società che da secoli e secoli porta uno stampo patriarcale. Personalmente non mi è mai successo nulla; suono in una band in cui sono tutti ragazzi e non ci sono scontri, siamo comunque giovani e riusciamo a capirci bene, però se penso a tante situazioni di persone a me vicine dimostrano che purtroppo ancora oggi il fatto di essere donne costituisce una difficoltà.

Fra i tuoi progetti futuri ci sarà un album?
Sì, sto lavorando ad un album che uscirà nel 2019.

E una collaborazione dei sogni?
Eh ce ne sono molte; stimo molto e ho ascoltato per tanti anni gli Afterhours, quindi Manuel Agnelli sarebbe proprio il nome che mi viene di getto. Poi ci sono molti artisti della stessa INRI che mi piacciono molto, ad esempio Bianco, ma anche le nuove leve come Gente o Friz, sono tutti molto interessanti.

GENTE 

Partirei dalla descrizione che mi ha mandato di te il tuo ufficio stampa, ovvero “Gente è un progetto artistico che nasce lontano dalla presunzione di essere riconosciuto e apprezzato da coloro che lo ascoltano”, che di questi tempi è un’attitudine non scontata. Ti va di spiegarmi un po’ che significa?
Il concetto dietro a questa cosa è semplicemente quello di fare musica per espressione creativa e per urgenza comunicativa, senza doverla per forza incasellare in un binario.

Che è un po’ anche il leitmotiv del tuo singolo, Genere, che – cito testualmente – dice “Io non ho un genere, non faccio un genere, ma può succedere che io possa cedere e non per categorizzare, ma categorizzare in genere non è il mio genere”. Il tuo obiettivo quindi è quello di poter fare più generi senza essere etichettato?
Questa in realtà è una conseguenza, nel senso che tutto nasce in maniera istintiva, anche per liberarmi un po’ dal mio precedente percorso artistico. Se sei un rapper a Bologna devi per forza essere o bianco o nero, o Kaos One o DrefGold, o sporco nelle cantine a rappare o fare qualcosa senza messaggio.

Non te lo chiedo ovviamente per etichettarti, però guardando alla scena odierna, quali sono gli artisti a cui tu ti senti più simile?
Potrei sbagliarmi perché non so esattamente dove andrò a finire, ma se mi chiedi dei nomi potrei dirti Frah Quintale o Masamasa, sono stato un po’ incasellato lì.

E ti fa piacere essere stato incasellato lì?
Sì, mi ha fatto piacere perché ha dato la possibilità alle mie canzoni di essere ascoltate da più gente possibile. Diciamo che è anche il percorso un po’ alternativo all’indie o alla trap.

A dicembre uscirà il tuo nuovo singolo, cosa dobbiamo aspettarci?
È un passo totalmente in avanti rispetto alle altre canzoni che sono state fatte due anni prima. È un upgrade sia dal punto di vista del suono, infatti potrebbe gettare le basi per un mio percorso artistico definito, sia dal punto di vista più personale; nel testo sono riuscito a sviscerare un’argomentazione interessante e quello che racconto è tutto reale, infatti parla di me e della mia ragazza

A cura di Greta Valicenti 

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