Boombox meets…Fitzcataldo & The Trivettes

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Nuova intervista firmata Boombox. E’ la volta dei Fitzcataldo & The Trivettes, band che si è esibita lo scorso venerdì durante il Linoleumal Rock’n’Roll Milano.

 

Il vostro album è uscito il 29 Novembre, come è stato il processo di realizzazione? Da dove è arrivato lo spunto per metterlo in piedi?

Abbiamo iniziato a lavorare insieme circa due anni fa, facendo molta improvvisazione e poi lavorando alla redazione dei pezzi. Lo scorso inverno ci siam chiusi in sala prove selezionato i brani migliori e abbiam fatto delle pre-registrazioni, così da definire suoni, dinamiche e arrangiamenti (andando comunque da sempre in giro live e ricevendo consigli dagli amiconi della scena). Qui sono andate a sintetizzarsi un po’ le scelte che caratterizzano il progetto del disco, dalle armonie abbastanza complesse, all’influenza di una miriade di contaminazioni dal funk fino al post-hc, all’idea che le sperimentazioni strutturali sarebbero dovute confluire in qualcosa di musicale ed accessibile. Il tutto tentando di mantenere incisivi e intensi i live. In primavera poi ci è arrivata la proposta da Frank Altare del Brainstorm Studio di Vimercate per una produzione. Ci siamo chiusi nuovamente in studio e abbiamo voluto da una parte fare un lavoro molto dettagliato, dall’altra invitare a suonare nel cd tanti amici musicisti della scena locale. Ci siam lasciati un po’ prendere la mano perché in realtà doveva esser tutto pronto a luglio ma quando ci si diverte il tempo passa in fretta.

 

Nei vostri brani, seppur cantati, si registra una parte strumentale di gran lunga più presente rispetto ai testi. Come siete arrivati a questa scelta?

Ci piace fare un po’ quello che vogliamo con le strutture dei pezzi, sperimentare accostamenti o dinamiche non scontate. Se no ci si annoia. Per esempio una cosa che mi piace un sacco è mettere un ritornello cantabile come climax di un lungo discorso strumentale. Poi però se vien fuori una forma canzone più standard non la disdegnamo a priori, dipende proprio da come si sviluppa in modo spontaneo un tema. In ogni caso la maggior parte dei pezzi nascono prima strumentali, le stesse voci sono usate come strumento, e le parole ce le mettiamo poi se pensiamo di avere qualcosa di acuto (raramente) o ironico da dire; oppure per arricchire il mood con immagini e impressioni. Se una parte è già perfetta senza parole di sicuro non le mettiamo. Sono forse anche un po’ dell’idea che se le parole sono poche comunicano meglio.

 

Parliamo dell’artwork presente nella copertina dell’album. Ascoltando le tracce, mi è sembrato perfettamente in linea con le vostre canzoni. Da chi è stato realizzato? Come è nato?

Ci tenevamo che venisse blu elettrico, oceano, perché è il colore che secondo noi racconta meglio questo lavoro (devi sapere che stampare questo blu è stata un’impresa). Abbiamo scelto di mettere un immagine femminile e sensuale, volevamo evocare atmosfere sognanti ed eleganza. Così mi son tolto i panni del chitarrista e rimesso quelli che mi sono più abituali da grafico, e ho disegnato questa cover molto distorta. Visto che anche agli altri due è sembrata espressiva l’abbiamo usata al volo.

 

Nel panorama indipendente italiano, se doveste votare l’album che secondo voi rappresenterà l’eccellenza nel 2015, su quale gruppo puntereste?

Non sono troppo informato sulle nuove uscite purtroppo. Mi sembra che siano in studio i Three steps to the ocean per un nuovo lavoro, sono curiosissimo. Ah, ho visto adesso che anche i Plastic Man sono in uscita (che bomba). Uno su tutti non saprei, che spero vadano ancora forte i Be Forest che penso piacciano un po’ a tutti e tre, io spero che spacchino tutto i Flying Vaginas e God bless computers.

Foto Serena Chiavelli

A cura di Valentina Aiuto

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