Poeta del pianoforte, dotato di una forte eleganza compositiva dal trasporto emotivo, Fabrizio Paterlini mostra la sua veste più intima nel suo ultimo album, Secret Book.

A che età hai iniziato a suonare? C’è stato un momento in cui hai capito che la musica sarebbe diventata la tua professione?

Ho iniziato a suonare a circa 6 anni. Il rapporto con la musica è sempre stato idilliaco (non ricordo di aver mai passato un giorno senza), quello con il pianoforte è stato più “conflittuale”, diciamo. L’ho studiato molto da ragazzino, l’ho poi abbandonato per suonare altri generi musicali e l’ho infine ripreso ed ora è diventato una professione. Non c’è un momento preciso in cui ho capito che questo sarebbe diventato il mio “mestiere”, quando ho iniziato a comporre musiche originali circa 10 anni fa mi ero però prefissato questo obiettivo e, lavorando giorno per giorno, alla fine (almeno per il momento), così è stato.

Quali sono i musicisti che più hanno influenzato il tuo percorso artistico?

Ho ascoltato davvero moltissima musica. Anche oggi è una compagnia pressoché insostituibile nella mia giornata. Ho ascoltato di tutto: dal prog-rock dei grandi gruppi anni ’70 (Pink Floyd, Genesis, EL&P), a tutto il jazz possibile ed immaginabile dagli anni ’30 ad oggi. Difficile dire quali sono le influenze più significative, di certo i grandi compositori classici (Bach, Chopin, Debussy per citarne alcuni) non solo li ho ascoltati, ma li ho studiati nel mio periodo “classico”, quindi credo che possano avere dato un contributo importante alla mia formazione. Più recentemente, sono molto affascinato dal panorama elettronico nord-europeo.

In questo tuo ultimo lavoro Secret Book, oltre ovviamente al piano quasi ovunque protagonista, salta all’orecchio il contemperare di archi e sonorità elettroniche, da dove hai preso ispirazione? Come definire questo stile musicale?

Non è mai semplice definire un genere musicale e non amo particolarmente le etichette. Però qualcuno ha pensato di definire questo genere “modern classical” o “neo-classical”, a sottolineare la presenza di brani strumentali con strutture vagamente classicheggianti, in cui il pianoforte è quasi sempre protagonista. Quello di aggiungere l’elettronica alle sonorità acustiche di piano ed archi è un esperimento che ho fatto per la prima volta nel 2013, con il mio album “Now” e che ho riproposto, in modo più organico e sviluppato, anche in “Secret Book”.

Interessante e particolare non è solo il contenuto ma anche la copertina del nuovo album, di cosa si tratta?

La copertina è volutamente “enigmatica”, proprio perché di “Secret” si tratta: si tratta di una tavola blu, con graffi, segni molto materici che lasciano all’ascoltatore la più libera interpretazione. La copertina non riporta il titolo dell’album, volutamente, proprio perché ci si possa perdere in questo bellissimo blu, mentre si ascolta l’album.

Secret Book è anche il primo progetto targato Memory recordings, l’etichetta che hai fondato, si può essere indie anche facendo musica classica?

Certamente sì. A settembre iniziamo la pubblicazione di altri lavori, nel filone neo-classico. Il primo sarà di Andrea Carri, pianista e compositore emiliano che ha già all’attivo diversi album e molti concerti in Europa. L’idea della nuova etichetta è di mettere a disposizione l’esperienza che ho fatto in questi 10 anni di attività per cercare di dare visibilità soprattutto ai compositori italiani.

Stai già lavorando a qualcosa di nuovo? Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Sono sempre in ricerca. Ho sfruttato i concerti di Berlino e Milano per cambiare disposizione agli strumenti in studio – è un passo per cercare nuovi suoni e nuove combinazioni ritmiche. Adesso lavoro con il mio pianoforte, con un sintetizzatore e con un MiniMoog alla mia sinistra e chissà che non ne venga fuori qualche idea da pubblicare presto.

A cura di Federico Pilla

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