Fabio Massimo Colasanti è il leader della band Unicostampo. Ha lavorato tanti anni, dal 1995, con Pino Daniele contribuendo alla realizzazione degli album “Dimmi cosa succede sulla terra”, “Yes I Know My Way”, “Come un gelato all’equatore” e anche agli ultimi lavori “Passi D’autore”, “Iguana Cafè” e “Il mio nome è Pino Daniele e Vivo Qui”: «ricordo di aver iniziato con lui l’avventura del digitale, che ormai è diventato uno standard, ma che vent’anni fa era una cosa pionieristica». Ha lavorato anche con molti altri artisti, tra i quali Giorgia e Gianluca Grignani. Il 12 maggio è uscito l’ultimo disco degli Unicostampo, Anime Restanti.

Anime Restanti è un album fortemente ispirato dal Giappone, un paese che unisce in sé estrema modernità e tradizione. Volevo sapere se pure a livello musicale vi siete ritrovati a creare un’unione tra esperienza e passato e novità e sperimentazione.

Di fatto è proprio così. Lavorando per quindici anni con Danilo ci era sembrato di essere arrivati ad una situazione disomogenea. Questa cultura ha in sé un forte dualismo, che ci siamo accorti essere presente pure nelle nostre canzoni, infatti ci sono delle ballad classiche di impostazione rock e al tempo stesso dei pezzi tiratissimi. Quindi alla fine il lavoro che è stato fatto è consistito nel perdere gli estremi e le parti più morbide e cercare un filo conduttore per avvicinare i pezzi.

Hai collaborato nel passato con tanti autori italiani, primo fra tutti Pino Daniele, mentre il tuo attuale lavoro guarda molto all’Oriente. In che modo la cultura d’appartenenza influenza la musica? E quanto è necessario un confronto?

In realtà noi nasciamo con un percorso abbastanza definito, che consiste nell’iniziare con lo studio della chitarra classica, poi ci si muove verso il jazz o il rock, come me per esempio. Quando ho incontrato Pino, lui era distante anni luce da me, perché già era etnico. Alla fine lavorandoci mi sono reso conto che le cose succedono semplicemente per una necessità artistica. In tutti gli album che abbiamo realizzato c’era qualcosa di differente, però lui rimaneva Pino. La fusione, la bellezza culturale è proprio questo: appropriarsi di un’altra sonorità di un’altra musica, ma in realtà c’è una sorta di filtro interno che la digerisce e porta fuori qualcosa di ancora diverso. L’importante è mantenere l’onestà e dire di essere influenzati da colori, sapori, suoni diversi.

Come hanno fatto gli Unicostampo a mettere in musica in studio tutte queste ispirazioni?

La tecnologia è ciò che mi ha cambiato la vita. Mi sono trovato nel mezzo del cambiamento da nastro a digitale nel momento giusto. Tutto è partito da Pino, che in questo è stato un precursore. In Anime Restanti ho usato l’elettronica in modo contrario, in realtà tutto ciò che si sente nel disco è tutto vero, tutto registrato, ma trattato dopo. Ho esasperato il sistema, ho lavorato a frequenze di campionamento altissime, dovendo magari usare due o tre computer assieme, perché uno solo non riusciva a sopportare la mole di lavoro. É un disco infattibile, io l’ho fatto perché potevo farlo, mi andava di farlo, mi andava di sperimentare e ho la casa discografia. Anche dai video si vede. Lo facciamo come una forma d’arte. Lavorando con Pino sono stato forgiato a cercare il particolare e non lasciare nulla di intentato. Per me è un processo naturale, ma capisco sia innaturale e magari acronico.

Dopo il Giappone, c’è già l’idea per progetti futuri che magari guarda ad altri paesi?

Stiamo già scrivendo le cose nuove. Danilo è tornato alle radici del blues, quello vero. Pure lui è un malato di elettronica. Stiamo facendo esperimenti mischiando ritmi elettronici sparati con synth analogici con i suoi blues di chitarra. Vediamo dove ci porta. Non sempre arriva tutto e subito, molte idee non ci piacciono o vengono buttate. É difficile trovare qualcosa senza cadere nel pacchiano o nel didascalico.

Secondo te, si sta perdendo il modus operandi artistico di avere idee e concetti dietro la propria musica?

É difficile non farsi prendere dalla cosa. Le cose che facciamo noi, tra elettronica e costi degli strumenti, una volta sarebbero state improponibili, costavano come appartamenti, ora sono alla portata di tutti. Questo da una parte ha aperto le gabbie, dall’altra ha lavorato al contrario. Noi ci siamo ritrovati nella rivoluzione tecnologica con però una formazione “classica”: scrivevi la canzone, la arrangiavi, poi la producevi, trovavi il suono, poi la mixavi. Adesso no. Adesso si apre il laptop si fa una base, suona anche discretamente, e poi ci si fa sopra una canzone. C’è gente che prende una tastiera, fa gli archi, e pensa che quelli siano veramente gli archi. Purtroppo non funziona così. Il risultato è gente che esce dalla televisione e dura venti giorni. Prima era tutto diverso, quando qualcuno suonava si sentiva ciò che aveva scritto. Ora è tutto uguale. C’è, in realtà una zona che continua a sperimentare con le macchine e ne capisce la potenzialità. Il mainstream, quello che ci bombarda alla radio e alla televisione, però, non mi sembra che qualitativamente sia così interessante.

A cura di Andrea Predieri

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