In occasione della Milano Music Week siamo state ospiti di INRI per una serata in cui si sono succeduti alcuni dei talenti della loro scuderia. A far ballare l’Apollo infatti ci hanno pensato lemandorle, La badante, gli Ex-Otago, Egokid e Diva, e proprio con questi ultimi abbiamo avuto occasione di fare due chiacchiere.

EGOKID 

Come nasce il vostro progetto?
Nasce un bel po’ di anni fa, agli inizi degli anni 2000, e nasce come nascono tutte le band, quindi con annunci e cose varie. Io e Pier eravamo abbastanza giovani ed uscivamo entrambi dalla Civica di Jazz a Milano. All’epoca però in città non c’era una scena molto codificata, anzi ormai era anche quasi finita, per cui in maniera molto auto referenziale abbiamo montato tutto il nostro progetto, ispirandoci alle cose che ci piacevano in quel momento.

Ecco, qual è il vostro background?
Io e Pier siamo onnivori di musica, facciamo anche i giornalisti musicali conBlow Up già da un po’ di anni. All’epoca quando abbiamo cominciato c’erano soprattutto i postumi del britpop, come i Blur, i Radiohead, anche il nome Egokid probabilmente all’epoca è stato ispirato un po’ da Kid A.

E invece oggi cosa ascolti di questa scena che si amplia sempre di più?
Per quanto riguarda quella straniera ascolto molta elettronica inglese, mi piace molto il giro di King Krule, James Blake… Ultimamente sto ascoltando molto hiphop, anche se nella musica degli Egokid non ce n’è molto, però personalmente mi sto spostando più verso delle cose più black.

Quindi siete passati dal jazz all’hiphop.
Diciamo che il jazz era proprio una cosa degli inizi. Dal momento che io e Pier siamo abbastanza inquadrati e un po’ secchioni – facciamo anche i professori – entrambi abbiamo avuto questa cosa di dire “voglio studiare musica ma non voglio studiare musica classica, cosa posso fare?”. A Milano all’epoca o facevi scuole tipo il CPM, o ti buttavi sul jazz. Quando mi ero iscritto poi ero in un momento un po’ di crisi, perché scrivevo già canzoni da solo ma non avevo ancora una band e quindi avevo bisogno di entrare in un ambiente che fosse abbastanza stimolante, anche se poi in realtà quello del jazz è un mondo abbastanza chiuso. Fondamentalmente a me piaceva molto l’armonia del jazz, sono sempre stato molto patito di strane progressioni armoniche, che poi sono servite molto nella roba degli Egokid, perché tendiamo a volte ad essere molto semplici per scelta, a volte a complicare molto le cose.

E per quanto riguarda la scena italiana invece?
Riguardo alla roba italiana mi piace molto la scena rap e trap. Ammiro molto anche gente come Cosmo, Niccolò Contessa, e poi suono coi Baustelle da un bel po’ di tempo quindi ho anche quel mondo lì. Devo dire però che nel momento in cui l’itpop si è consolidato come genere e sono cominciati ad uscire uno dietro l’altro con lo stampino, lì mi ci sono un po’ perso e mi sono spostato verso altre cose. Ad esempio mi piacciono tantissimo Achille Lauro, Salmo e i Coma Cose. In questo periodo poi ho una vera venerazione per Chadia Rodriguez.

A questo proposito, facciamo finta che ti stiamo mettendo davanti la playlist Indie di Spotify; ti diciamo dei nomi e tu ci dici cosa skippi e cosa tieni. Iniziamo con Colapesce.
Colapesce è molto bravo, forse rientra in quell’idea di cantautorato vecchio stile. Mi è piaciuto tantissimo Maometto a Milano, lì ho proprio detto “figata”. Detto ciò non mi sono mai veramente innamorato della sua musica, però lo stimo molto.

Prima hai parlato di Salmo, cosa ne pensi di Playlist?
Mi è piaciuto molto, anche se ammetto di non essere un grande conoscitore di Salmo. Poi devo dire che quel tipo di rap troppo connotato politicamente può diventare anche stucchevole, ma l’ultimo disco è prodotto da Dio e le cose sono molto fighe.

Hai nominato Cosmo, quindi ti chiediamo MyssKeta
MyssKeta mi piace, ma devo ancora capire se mi piaccia di più lei o Chadia, perché in questo momento sono più partito Chadia.

È una domanda classica, ma qual è la vostra collaborazione dei sogni?
Mi piacerebbe molto riuscire a fare qualcosa con California, mi piace come riesce a rendere qualsiasi cosa faccia molto fresca.

Per finire parlaci un po’ dei vostri nuovi singoli, Cose semplici e Statica
Sono i singoli che aprono il disco che uscirà il prossimo anno. Sono delle canzoni d’amore raccontato in maniera un po’ twisted, perché non abbiamo una vena poetica sull’amore molto diretta. Statica è una canzone quasi sull’assenza e sul prendere le distanze, mentre in Cose semplici diciamo come tutte quelle sovrastrutture esterne ci abbiano un po’ rotto e come invece sia importante andare al sodo delle cose.

 

DIVA 

 

Come nasce il progetto di Diva?
Diciamo che questo progetto ha avuto una gestazione molto lunga. In realtà noi per anni abbiamo navigato nel sottobosco della musica indie italiana con il classico gruppo voce, chitarra, basso e batteria; c’era sempre però qualcosa che non quagliava. Poi ad un certo punto mi sono trasferito a Milano e da lì la cosa è cambiata: conoscendo la scena milanese ho fatto un salto di qualità, ho conosciuto il produttore del disco, Ivan Antonio Rossi, che è stato fondamentale nella realizzazione del disco così come lo si sente. In contemporanea col mio trasloco a Milano ho anche cambiato gusti, ho iniziato ad ascoltare molta musica elettronica, molta musica dance, che in realtà già avevo, ma faceva parte del mio bagaglio di ascolti senza avere una particolare preminenza. Negli ultimi cinque anni invece ho ascoltato molta nuova disco e ho voluto portare la mia musica verso quei lidi.

Oltre alla dance degli anni ’80, quali sono le cose che hai ascoltato e ascolti di più?
Per me il synth pop degli anni ’80 è imprescindibile ed è un marchio indelebile; i miei gruppi preferiti sono i New Order, i Pet Shop Boys. Su questo poi ho costruito altri ascolti, tipo il britpop negli anni ’90.

Blur o Oasis?
Può sembrare strano ma io preferisco gli Oasis. Magari dei Blur ascolti più volentieri un album perché sono più vari come tipo di musica, più sofisticati, però secondo me gli Oasis hanno fatto delle canzoni che sono assolutamente epocali. Anche se vi svelo che io molti anni fa con il mio vecchio gruppo ho aperto un concerto dei Blur; abbiamo aperto per loro e siamo andati a mangiare insieme. Purtroppo all’epoca non era come adesso in cui si fanno foto e video, una foto coi Blur ci stava.

Prima hai parlato di indie italiano; ti facciamo un po’ di nomi, dicci un po’ cosa ascolti e cosa no. Partiamo con qualcosa di milanese e un po’ sofisticato, i Coma Cose.
Ho sentito qualche loro pezzo e mi piacciono, sono molto bravi.

Sostiamoci dal milanese: Baustelle.
Li conosco e mi piacciono. Ora li ascolto meno di una volta, ma ascoltati molto iprimi dischi quando uscirono.

Come descriveresti il tuo progetto con tre aggettivi?
Scoppiettante, esuberante e divertente.

 

A cura di Mariarita Colicchio e Greta Valicenti  

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