BOOMBOX MEETS…DEPARTURE AVE.

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A cura di Margherita Di Clemente

I Departure Ave. sono un gruppo che seguiamo con molta attenzione già dal loro primo disco “All the sunset in a cup” che ci aveva lasciato a bocca aperta, meravigliati e incuriositi. Tornano quest’anno con un altro capolavoro “YARN”, uscito per Bomba Dischi, e noi non vediamo l’ora di poterli conoscere meglio. Quale migliore occasione della serata Sherpa Live al Circolo Arci Ohibò? Uniamo live e chiacchierata, umorismo ed emozioni che questi giovani ragazzi romani sanno trasmettere.

Partiamo subito parlando del vostro nuovo lavoro. C’è stata sicuramente un’evoluzione rispetto al primo. Potrei dire che è un album più “colorato”, molto più ricco e vario. Volevo capire quindi se questa impressione fosse corretta ma soprattutto scoprire come avete lavorato per arrivare a questo risultato, il processo creativo che vi ha portati a “Yarn”.

“Colorato” era proprio uno degli obiettivi. La nostra idea dal punto di vista dell’impatto estetico, inteso in senso ampio, era di passare da un’atmosfera per cosi dire da “cameretta”, “polverosa” come quella del primo disco a un lavoro appunto più colorato: colori pastello. Anche se, a livello di composizione dei brani in realtà noi non abbiamo delle vere e proprie regole. Facciamo piuttosto un discorso di metodo inteso come “in che condizione ci poniamo per scrivere il disco”, non che brani scriviamo. Andiamo in una casa di campagna e lo facciamo dal vivo.  In realtà poi nasce tutto più naturalmente di come lo formalizziamo quando ne parliamo in un’intervista e cerchiamo di dare delle spiegazioni. In generale volevamo fare un disco che avesse un po’ meno riferimenti a quello che ci piace (nel primo disco per esempio erano più evidenti: il pezzo iniziale poteva ricordare i Radiohead, un altro i Calibro 35, o comunque pensavamo ad un gruppo mentre scrivevamo i brani). Il secondo, invece, è nato molto più naturalmente: ascoltavamo tutti insieme  alcuni dischi mentre lo scrivevamo, dischi di reggae seminale o i Gorillaz (che però magari nel disco neanche vengono fuori). Noi prima di tutto siamo dei nerd musicali, ascoltiamo veramente di tutto.

Degli ascoltatori seriali insomma..

Esatto, poi magari ognuno influenza l’altro. A differenza del primo album, abbiamo preso la scelta di fare tutto in loco. Quest’ultimo disco è stato registrato tutto completamente in una casa di campagna in Umbria. Da “All the sunset in a cup”, ci siamo accorti che è una cosa che con noi funziona, l’isolamento, lo stare sempre insieme e scrivere il disco in modo del tutto istintivo e fare un lavoro di comprensione di quello che abbiamo fatto dopo, a posteriori. Si può dire che “Yarn” è figlio di “All the sunset in a cup” nel senso che sono due dischi eterogenei e “Yarn” cresce sulle basi del primo. Ma la cosa importante è proprio che non abbiamo pensato a cosa fare. La spontaneità è quella che ci permette di capire se un brano è degno di essere scritto e registrato.

 Mentre ascoltavo “All the sunset in a cup” l’immagine visiva era quella di una strada, un disco che ti accompagnava perfettamente in viaggio. Invece in Yarn l’atmosfera che trapela è quasi fiabesca. Vi ha ispirati un’idea, un punto di riferimento artistico -anche al di fuori del mondo musicale?

Hai indovinato perfettamente l’immaginario che volevamo trasmettere. Come dicevamo, è sempre un lavoro che si fa a posteriori e io ho il vizio (Andrea) di preparare la grafica ancora prima ancora di cominciare a scrivere la musica. Raccolgo fotografie, film, immagini. In questo disco, per trovare la copertina, mi sono imbattuto nelle illustrazioni delle favole di Key Nielsen, artista danese di fine ‘800/ inizio ‘900. Le abbiamo trovate bellissime e guardandole ci siamo resi conto che funzionavano tutte, così abbiamo capito che la lettura più sensata del disco nel complesso era quella di una raccolta di fiabe moderne. Un testo con più letture, come quello della fiaba, ma senza morale. E’ come se tutti i brani fossero, infatti, l’inizio di una fiaba ma senza svolgimento. Come se ognuno fosse la descrizione dell’atmosfera della fiaba. Un po’ come sono le illustrazioni: trasmettono l’immaginario. L’escamotage della raccolta di fiabe inoltre permette di unire e presentare tutti i brani, che sono tutti separati, non essendo  infatti un concept album.

Direi che possiamo addentrarci ancora di più all’interno l’album e parlare dei singoli brani. C’è una canzone che vi è più a cuore? Se vi chiedessero di suonarne solo una quale scegliereste? O se volete raccontarci qualche aneddoto..

Il disco è stato fatto in due session, ci sono dei pezzi che abbiamo tenuto “grezzi” come “Nancy”, “Saudade” o “Hollow Box”. Erano pezzi “figli di quel momento. “’Worship”, “Listen” ed “Endo”, gli ultimi che abbiamo scritto nella seconda session, danno un po’ la quadratura del cerchio. Eravamo più consapevoli del disco che stavamo facendo e volevamo darne un’impronta coerente. Ma non riusciremmo a scegliere un pezzo in particolare, quello no. Ci sono alcuni però che hanno degli aneddoti, “Nyabinghi” ad esempio non potremmo suonarlo perchè è totalmente improvvisato, anche la voce,  Lorenzo infatti stava leggendo un testo in inglese e da lì è nata.  Stavamo ascoltando “Peace and Love” di Dadawah, un disco pre-reggae e il testo è di Macbeth, “Il coro delle streghe”, il primo libro che Lorenzo ha preso. E’ stato casuale anche questo ma ci è piaciuto tanto. Un po’ ci dispiace perché sembra che facciamo tutto a cazzo (ndr. risate) ma, dall’altra parte, quando lo spieghi è come se ne togliessi il fascino originario. L’inizio del disco invece, “Saudade”, è un pezzo atipico per cominciare. Ha un testo breve all’inizio e poi una parte lunga strumentale. Il fatto che sia così particolare e che contenga tutti i nostri elementi, dal punto di vista del suono, e un testo commovente-straziante, lo rende uno dei pezzi principali del disco. Ci piacciono molto la frase iniziale del disco “non più facce sorprese” (mentre in realtà paradossalmente nel pezzo iniziale suoniamo appunto un po’ tutte le nostre carte: il clarinetto, la voce, lo strumentale un po’ romantico un po’ jazz) e quella finale, nell’ultimo brano, un “tramonto più grande al quale mi porterai”. Abbiamo pensato molto a come fare la tracklist ed il fatto che “Saudade” sia rimasta all’inizio è stata una battaglia con l’etichetta. Siamo malati di musica e questo magari ci fa tenere molto a cose che gli altri reputano meno interessanti o utili. Per noi fare la tracklist è stato figo come fare le compilation. Ha un senso ed è stata anche sofferta!

Spostiamoci ora sul live. Come lo vivete? Il vostro disco è totalmente dal vivo: siete nella vostra dimensione ideale?

Si, diciamo che però l’inconveniente dei live è che c’è il pubblico…

(ndr. Avevo promesso che l’avrei tagliata-scusatemi ragazzi!)

No, a parte gli scherzi, nell’esibirsi dobbiamo ancora crescere tantissimo. Ci sono persone che si innamorano di noi e altri invece che dicono che dovremmo essere un po’ più spigliati, che di sicuro non è il nostro forte! Certo, non ha neanche molto senso saltellare sui nostri testi, meglio essere tristi e guardare a terra… In realtà, il concetto è che il live é anche uno show e bisogna trovare il modo di fare un bel concerto con la nostra musica. Comunque, per chiudere, è ovviamente molto importante la dimensione live per noi!

Qual è per voi la band o l’album di musica “emergente” italiana che si distinguerà in questo 2015?

L’album degli Abiku.

Ringrazio di cuore i Departure Ave. per la loro simpatia e gentilezza. Sono già innamorata di questi ragazzi e sono sicura che ascoltando l’album lo sarete anche voi!

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