Boombox meets…David Ragghianti

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In occasione del suo concerto alla Folk enotecheria di Milano organizzato da Astarte Booking, abbiamo incontrato David Ragghianti per conoscerlo meglio e farlo conoscere a voi prima del live.

Nel piccolo accenno autobiografico sulla pagina “davidragghianti.com” parli della passione per la poesia e gli scritti sud americani ereditata dai tuoi genitori: una passione che si ripercuote inevitabilmente e palesemente nelle tue canzoni. Volendo fare qualche nome, quali poeti e scrittori hanno influenzato il tuo modo di vedere le cose e di comporre testi?

Ho cominciato a leggere le poesie che scriveva mio padre. Trovavo divertente riuscire a conoscere il suo passato attraverso una serie di fogli segreti nascosti in cima alla libreria, scritti quasi tutti con la solita penna. Si sono sporti poi, dalla solita libreria, quasi a farsi cogliere, Pablo Neruda, Jorge Amado e lo spagnolo Federico Garcia Lorca. Queste le mie prime letture.

Scrivi canzoni dai tempi del liceo ma solo nel settembre 2015 esce “Portland”, il tuo primo album. Ѐ un’attesa legata a mere questioni di “possibilità” o ad una maturazione personale e alla presa di coraggio per la condivisione con il resto del mondo di pezzi così intimi come quelli che compaiono nel disco? Come nasce il tuo album di debutto?

Ho passato anni a cercare, a conoscermi meglio. La mia timidezza per molto tempo mi ha costretto all’angolo, ma anche le cose più fastidiose possono diventarci amiche. Ho mollato la musica per un po’ di tempo ed ho fatto altro. Non era più’ una priorità. Nel 2013 ho deciso che avrei prodotto il mio primo disco, per sfida, per esigenza. Così è stato. Ho conosciuto Giuliano Dottori grazie ad un mio caro amico. Sono andato a Milano nello studio di Giuliano e mi sono fidato e affidato a lui. Abbiamo scelto le canzoni che ci convincevano di più’ e ne abbiamo lasciate da parte altre. Siamo partiti poi con i provini e le registrazioni definitive. Il disco è stato prodotto nello studio Jacuzi di Milano.

Cosa pensi dei live? Ti senti a tuo agio ad eseguire di fronte ad un pubblico i tuoi brani così personali? Cosa ha provato quel ragazzo che fino a qualche tempo fa scriveva per “terapia musicale” ad offrirsi ad altre persone?

È una sensazione bellissima riuscire a condividere un momento intimo con altre persone. Non ho molta dimestichezza con i concerti dal vivo. Ho suonato molto in strada, il mio palco preferito. Sto cercando di non pensare troppo alla performance. E’ un regalo che faccio a me prima di tutto.

A pochi mesi dall’uscita del tuo lavoro c’è chi ha parlato di te come il risultato di un’ibridazione di Nicolò Fabi e Morgan, artisti di successo sulla scena italiana. Ti lusingano certi riferimenti? Credi che rispecchino realmente il tuo modo di far musica?

Mi lusinga perché sono due artisti bravissimi.

Essere paragonato ad altri artisti è un’arma a doppio taglio: ti fa temere di essere assimilato a chi pecca di mancanza di originalità?

È a doppio taglio anche la domanda. Non so davvero cosa risponderti. Spero di avere la possibilità di fare altri dischi e crescere in originalità.

A cura di Giuseppina D’Alessandro

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