Dopo vent’anni le Stelle (quelle buone) si riallineano nella costellazione in cui le aveva immortalate nello storico album la cantautrice Cristina Donà: lo scorso anno, infatti, si sono celebrati i vent’anni dall’uscita del suo album d’esordio Tregua. Il 2017 è stato florido per la cantante originaria di Rho, in provincia di Milano, e l’ha passato all’insegna di progetti su progetti, mantenendosi sempre attiva e restando una certezza nel mondo musicale indipendente. Per festeggiare il traguardo, l’inizio di questa tregua, dalla scorsa estate gira l’Italia riproponendo le canzoni del debut album in un tour chiamato Tregua 1997-2017 Stelle buone, che sta riscuotendo un successo calorosissimo, sia da parte dei fan storici, che dai nuovi ascoltatori che sta sempre più inglobando.

L’abbiamo incontrata per parlare di anniversari, per discutere di questi suoi progetti e di fughe d’amore in montagna…

La scorso anno il tuo album d’esordio Tregua ha compiuto vent’anni, e per festeggiare il tuo primo ventennio di carriera hai deciso di andare in tour e di riproporre l’album. Oggi, cantando quelle stesse canzoni di Tregua, che cos’è cambiato?

Molte cose in più, a parte gli anni, e qualche cosa in meno, ma per ora sono totalmente allergica ed esente dalla nostalgia. Sono sicura che arriverà il momento per pensare al passato. Però sono convinta che la cosa migliore sia vivere il momento, qualunque cosa succeda. Questo è un momento legato anche al passato, ma più che altro ad un percorso, ed è per quello che abbiamo voluto rielaborarlo un po’. Quel disco, con le sue caratteristiche, la sua chiamiamola ruvidezza, intesa come spigolosità, anima rock (anche grazie alla produzione di Manuel Agnelli), appartiene al passato. Proprio per questo ho voluto aggiungere una serie di piccoli tasselli raccolti negli anni e che in questo caso sono rappresentativi del raggiungimento di una maturità diversa. Per questo ringrazio nello specifico Calcagnile, che ha lavorato agli arrangiamenti che approvo al 100%, e al quale sono proprio contenta di essermi affidata, perché ha compreso e risposto al mio desiderio di aggiungere delle sfumature. Le cose in più che ho aggiunto sono se vuoi il riflesso di una maturità, di una consapevolezza che ho acquisito in questi anni. In meno sicuramente c’è quella cosa che appartiene ai dischi d’esordio, un’ingenuità che appartiene solo al primo disco, perché poi quando arrivi al secondo sai che hai già detto delle cose; mentre nella composizione del primo neanche ci pensi. Scrivi sì con la voglia di avere un riscontro certo, ma un po’ le scrivi anche solo per te, è un processo che dovresti mantenere sempre; però sono consapevole che quella visione è sicuramente una parte che poi se ne va, si trasforma e diventa altre cose, ma è giusto così.

Noti una genesi nel tuo modo di comporre musica?

Negli anni sì, per esempio Tregua nasceva soprattutto col desiderio di cantare, di trovare delle parole al di là di quello che erano, poi gli accordi li ho aggiunti in funzione dei testi, sempre un po’ unicamente per accompagnare i testi, come avviene nell’ambito del cantautorato. Infatti pensandoci, ci sono poche melodie importanti in Tregua. La differenza con gli altri album sta nel fatto che io, essendo in primis una cantante, ho sempre avuto il desiderio di trovare delle canzoni cantabili dove la melodia non dovesse essere una prerogativa ma diventava comunque importante lavorare negli album successivi anche a quello. magari mi è capitato di partire da una melodia, poi di aggiungere delle parole; mentre Tregua era proprio nato per cantare dei testi di cui sentivo la mancanza nei miei ascolti, che non erano molto vasti. Questo era il mio desiderio di partenza, che poi si è trasformato: la musica pretende di avere il suo spazio, ed è sempre bello giocare, partire da una melodia, dagli accordi…

A che ascolti facevi riferimento?

Mi muovevo specialmente all’interno dell’ambito italiano: seguivo molto Fossati, De André, Battisti, di cui sono ancora follemente innamorata. Ero molto appassionata dei nuovi gruppi che stavano nascendo in quegli anni: per me Ko De Mondo del Consorzio Suonatori Indipendenti e Il ritorno dei Desideri dei Diaframma, che guarda caso arrivavano dalla Toscana, sono stati due album di riferimento. Poi sono arrivati gli Afterhours con Germi, che portavano con sé testi poco convenzionali per quanto riguarda la tradizione italiana di allora, l’ispirazione di cui avevo bisogno.

All’interno della definizione di artista, di cantautrice, nasci prima come autrice o come interprete?

Non mi definirei propriamente un’autrice, perché comunque i miei testi sono sempre in funzione del cantato, anche quando il cantato è inteso semplicemente come parlato. Per me l’autore, lo scrittore è qualcuno che maneggia la letteratura come materia con consapevolezza. Al massimo io posso essere una scrittrice fai-da-te, che si è dovuta adeguare a questa modalità per portare in giro una propria visione, sicuramente attraverso le parole, ma anche attraverso la voce, che mi ha spinto a scrivere. Alla fine, anche se pare una contraddizione con quanto ti ho detto prima, scrivere parte da un amore profondissimo rispetto alla voce, allo strumento vocale del canto, a quel sentimento che provo quando canto e che ho vissuto per anni cantando cover, canzoni degli altri, finché poi a un certo punto mi sono stancata, com’è giusto che sia. Dietro al forte desiderio di legare sempre un testo con un certo peso – che non significa per forza un testo impegnato e che racconta chissà cosa – ma che abbia dietro un pensiero intelligente o comunque funzionale alla canzone, alla melodia, c’è sempre il bisogno di non cantare a vanvera; anche se riconosco che certe volte va bene anche così.

Boombox meets... Cristina Donà

Una sorpresa è stata la tua partecipazione alla raccolta ‘K.O. computer’, una riformulazione di ‘O.K. Computer’, leggendario album dei Radiohead: com’è successo?

Un giorno, siccome conosco Silvia Buschero di King Kong da un po’ di anni e sa benissimo quanto ami i Radiohead, mi è arrivato questo messaggio al telefono in cui mi chiedeva se mi sarebbe piaciuto rileggere Lucky per questo nuovo progetto. Appena ho ricevuto il messaggio, la mia reazione è stata “Lucky? Fa parte di quell’album?”. La cosa buffa è che trasferendo sul mio telefono OK Computer un paio di anni fa, ho scoperto che stranamente quella canzone è rimasta fuori, non so per quale sortilegio. Ed in effetti non è una di quelle canzoni che ti vengono in mente quando pensi a OK Computer e allora, incuriosita, sono andata a documentarmi sulla sua storia. Ho scoperto essere stata una canzone catartica per la band, che, uscita dal disco precedente che li aveva costretti a lavorare sotto condizioni stressanti, l’ha composta per una raccolta fondi per i bambini della Jugoslavia, e l’ha fatto con grande armonia in pochissimi take. Ho voluto trasmettere questa storia nella mia versione, e me la sono immaginata come un canto sacro, con tanto di cori in sottofondo. Alla fine è la canzone più standard di quell’album, tutto molto elaborato.

Il 2017 è stato un anno pieno di progetti per te: il 15 settembre è uscito l’album di tributo al tuo Tregua, una rivisitazione a cura di giovani artisti. Come si è optato per questo genere di rilettura, e con quale criterio sono state selezionate le voci?

Quando si palesa il momento in cui un gruppo o un artista vuole celebrare un anniversario importante, col mio manager ci siamo posti il problema della rilettura di un nuovo Tregua, rilettura che solitamente parte dall’artista stesso, ad esempio riproponendolo un nuovo disco.

Non era mia intenzione essere la protagonista di questa rilettura, perché per me Tregua è quello, unicamente quello che c’è nel disco. Negli anni, col mio manager, abbiamo incontrato diversi artisti delle nuove generazioni con del bel materiale per i quali sono stata un punto di riferimento, mi hanno detto. Alcuni di loro avevano già preparato delle cover di miei brani, quindi ci è venuta l’idea di far rileggere a quelle nuove generazioni le mie canzoni. Ho preferito dare voce a chi ha meno visibilità, scegliendo artisti meno conosciuti. Alcuni nomi sono Birthh, La Rappresentante di Lista, Io e La Tigre.

Nata a Rho, in provincia di Milano, ora vivi “tra le montagne”: questo tuo trasferimento è un assecondamento del tuo desiderio e ricerca delle cose semplici, come la scelta di parole e degli accordi?

Pensa che c’è chi invece mi trova complessa! Sì, questo trasferimento è stato la mia fortuna, e ora le mie montagne me le tengo strette. Mi sono trasferita in montagna per amore, mio marito si era trasferito lì. Mi ha insegnato tanto staccarmi dalla città e mi ha insegnato tanto l’incontro con le persone qui, il fatto di guardare le cose con una prospettiva diversa e di imparare a semplificare il più possibile le nostre vite, i nostri sguardi. Tutto questo viene costantemente messo in discussione dalle modalità in cui viviamo, parlo specialmente della tecnologia, di cui facciamo uso e di cui ormai non possiamo fare a meno, trovandoci in balia della sua necessità. La tecnologia non ha semplificato la nostra vita, anzi, ci troviamo con l’illusione di poter fare un sacco di cose, la maggior parte delle quali non essenziali. Con la scusa di questa velocità siamo costretti ad aggiungere impegni in queste 24 ore che anche loro fanno fatica a credere di essere solo 24.

 

A cura di Francesca Faccani

Commenti su Facebook
SHARE