“Sulle punte per sembrare grandi” è l’album d’esordio dei Cara Calma, uscito lo scorso 19 gennaio per Cloudhead Records e Phonarchia Dischi e con la produzione di Karim Qqru (The Zen Circus).

Sabato 21 aprile siamo stati allo Spazio Ligera in occasione della data milanese del tour del quartetto bresciano composto da Riccardo (voce), Cesare (chitarra), Gianluca (basso) e Fabiano (batteria). Abbiamo chiacchierato di musica, spontaneità e dell’importanza del “prendersela con calma”.

Innanzitutto come sono nati i Cara Calma?

Riccardo: Siamo amici da sempre. Io e Fabiano qualche anno fa abbiamo deciso che volevamo provare qualcosa di diverso dai vecchi progetti. In passato avevamo sempre scritto e cantato in inglese e, questa volta, volevamo dar voce a quello che avevamo dentro cantando in italiano, affinché fosse più fruibile sia agli altri che a noi stessi. Così abbiamo iniziato a comporre qualcosa e abbiamo notato che funzionava, successivamente si sono aggiunti Cesare e Gianluca ed il progetto è diventato serio. Abbiamo iniziato subito a scrivere insieme ed è venuto fuori l’album.

C’è un motivo particolare dietro la scelta di questo nome?

Riccardo: “Cara Calma” è una sorta di mantra che ci ripetiamo. Siamo persone che, tendenzialmente, hanno bisogno di prendere le cose con molta calma. Nella vita di tutti i giorni, in cui ci ritroviamo fagocitati dalle situazioni, sempre con la voglia di arrivare da qualche parte e di raggiungere degli obiettivi, “cara calma” è il nostro monito, il nostro modus operandi. Alla fine è anche il concetto fondante di tutto l’album, l’importanza di non bruciare le tappe e di raccogliere quello che viene.

Parliamo dell’album: “Sulle punte per sembrare grandi”  prodotto da Karim Qqru (The Zen Circus). Come è stato lavorare con lui?

Fabiano: Con Karim di siamo trovati bene immediatamente. Gli abbiamo scritto a settembre 2016, quando abbiamo iniziato a valutare una possibile produzione esterna per il disco e lui, inaspettatamente, ci ha risposto subito. Ha voluto sentire dei provini, gli è piaciuto il materiale, poi è venuto nel nostro studio e abbiamo iniziato a registrare il disco. È stato un processo abbastanza lungo come tempistica.

Ve la siete presa con calma, giustamente!

Sì, nel frattempo era arrivata l’estate, sai, gli aperitivi… (ridono)

Riccardo: In realtà il motivo è che in quel periodo Karim stava preparando il tour con gli Zen e quindi non è stato facile incastrare i tempi. Questa è stata l’unica cosa che ci ha rallentati, perché in generale lavorare con lui ci ha dato un input fondamentale, permettendoci di dare una svolta a dei pezzi che non riuscivamo proprio a far girare, probabilmente anche a causa della nostra inesperienza nel cantare in italiano.

Gianluca: Con Karim abbiamo lavorato molto sulle voci e sui suoni, ma sulle strutture dei pezzi non ha toccato nulla. Ha capito al volo ciò che volevamo fare e ci ha tenuto anche che sul disco ci fosse scritto non solo il suo nome, ma piuttosto “prodotto da Cara Calma e Karim Qqru”.

Quello di Karim non è l’unico nome importante nel vostro disco. Ci sono brani che vantano la partecipazione di artisti di spicco della scena musicale alternativa italiana, come Nicola Manzan (Bologna Violenta), Gianluca Bartolo (Il Pan del Diavolo) e la cantautrice Ambra Marie. Da cosa sono nate queste collaborazioni e cosa hanno aggiunto al vostro lavoro?

Riccardo: È nato tutto proprio grazie a Karim, è stato lui a consigliarci di entrare in contatto con artisti esterni per rendere il progetto più ricco. La cosa più bella è che ci siamo trovati a collaborare con artisti con esperienza e capacità davvero grandi, che ammiriamo tantissimo. Con Ambra Marie è stato incredibile, ci sentivamo quasi in imbarazzo. Anche collaborare con Gianluca Bartolo e Nicola Manzan è stata una bellissima esperienza. Non era scontato che accettassero, invece l’hanno fatto subito e ne siamo davvero onorati.

Avete detto che “Sulle punte per sembrare grandi” è come un bambino che si veste da adulto, che si rimbocca le maniche e prende di petto la vita, accettandone le conseguenze. In che senso guardate il mondo con gli occhi di un bambino? E come convivono queste due anime nel vostro approccio con la vita e con la musica?

Cesare: Abbiamo iniziato a scrivere pezzi di botto, ben sei in due mesi, e questo non mi era mai capitato in nessun progetto precedente. Credo che anche questa sia una sorta di “innocenza” musicale, un po’ come la spontaneità di un bambino.

Riccardo: Per quanto riguarda l’approccio alla scrittura, ogni gruppo ha il suo, c’è chi parte dal testo e chi dalla musica. Noi partiamo dalla sala prove, partiamo dal cuore! (ridono). Però è vero, scriviamo la musica e poi ci cuciamo le parole sopra, diciamo che abbiamo un approccio più “hardcore” alla scrittura.

Parlando del concetto fondante del disco, il video dell’ultimo singolo estratto, “Eroi”, sembra incarnarlo alla perfezione. È un grido di protesta verso le imposizioni e i condizionamenti della società, un rifiuto del dover necessariamente conformarsi alle aspettative altrui. Quanto c’è della vostra esperienza personale in questo?

Riccardo: È vero, il concetto è proprio questo. L’idea deriva dall’accumulo di tante piccole esperienze di vita che sommate ci fanno di sicuro urlare di protesta. A volte non è facile, bisogna spesso scendere a compromessi nella vita. Volevamo esprimere questa sensazione di avere sempre dei percorsi prestabiliti, l’impossibilità di fare ciò che si vuole veramente per delle circostanze che, altrimenti, ti impedirebbero di avere una vita tranquilla. Questo sentimento di protesta credo sia qualcosa che accomuna tutti, ed è una sensazione che Valentina (Cipriani, presente, regia e direzione della fotografia del video, ndr.) è stata bravissima a comunicare. Forse, in un certo senso, anche quando si fa il musicista non è facile prendere tutto con leggerezza senza condizionamenti alle spalle.

Quindi anche nell’essere musicisti in qualche modo c’è questo tema dell’aspettativa? Sentite di dovervi conformare a qualcosa per avere successo in questo ambiente?

Fabiano: In realtà non la vediamo così. Il concetto dietro “Eroi” è proprio quello di fare quello che si vuole, senza condizionamenti. Uniformarsi, oggi, è molto più facile e comodo rispetto all’essere una voce fuori dal coro, ed in questo possiamo rivederci pienamente. Per noi scrivere musica è una valvola di sfogo importantissima, sia per stare bene con noi stessi che per comunicare al mondo quello che abbiamo dentro, cose che altrimenti non riusciremmo ad esprimere. Non saremmo capaci di macchiare una cosa così importante con la ricerca di qualcosa di più facile, non saremmo più così spontanei, appunto.

Venite da progetti passati diversi, metalcore, hardcore… Quali sono le vostre influenze musicali?

Cesare: Sì, precedentemente suonavamo in gruppi metal e hardcore. Le nostre influenze effettivamente sono diversissime, ma è naturale che sia così, è un valore aggiunto. Nonostante questo però, ultimamente i nostri ascolti si sono un po’ uniformati.

A molte delle persone che vi ascoltano viene spontaneo paragonarvi ad uno dei gruppi rock più influenti del panorama italiano attuale, i Ministri. Che effetto vi fa questo accostamento? Lo percepite come un limite o come un riconoscimento?

Riccardo: Ci può stare. Quando ti trovi a cantare in italiano con un tono abbastanza aggressivo e a darci sotto con le chitarre, è comprensibile che nasca un paragone con i Ministri, una band che ascoltiamo tutti e che ha senza dubbio segnato la scena degli ultimi 10 anni.

Gianluca: Penso sia una cosa normale ma assolutamente non intenzionale. Probabilmente deriva anche dal fatto che questa è per tutti la prima esperienza in italiano. Non direi che si tratta di un fattore limitante, siamo contenti del disco che abbiamo fatto, il sound ci rappresenta ed è il risultato naturale dell’evolversi della band. È venuto tutto da sé.

Cesare: In realtà ci siamo accorti di questa somiglianza solo parlandone con chi ci ascolta, noi non la avevamo percepita. Tuttavia, da un certo punto di vista, questa cosa ci ha aiutati molto a crescere, a lavorare su noi stessi e ad impegnarci per trovare davvero una nostra identità.

Da poco siete entrati a far parte della squadra di Tube Agency, che segue già i Voina, i Botanici, ma anche gruppi ormai affermati come i Punkreas e gli Africa Unite. Sentite di aver compiuto un passo importante per diventare grandi?

Riccardo: Passare dall’autogestirsi (cosa che continuiamo a fare), all’avere una booking seria è sicuramente un bell’upgrade. Alla Tube lavorano molto bene e, appunto, seguono gruppi che stimiamo moltissimo. Inoltre, farne parte ci aiuta molto a capire meglio anche le dinamiche di questo mondo e ad arrivare dove, con le nostre sole forze, non riusciremmo mai. Non so se questo possa essere un passo per “diventare grandi”, dovremmo definire che cosa significa essere davvero “grandi”. Per noi, significa semplicemente avere la possibilità di suonare, è tutto ciò che ci interessa e ce la mettiamo tutta.

Mi hanno detto che su Instagram avete una sorta di tormentone: il “Dov’è Cesare?”Da cosa deriva? Di chi è l’idea?

Cesare: Eh, la noia, i viaggi in furgone! (ridono)

Gianluca: È nato tutto durante un viaggio a Roma, eravamo in furgone e ad un certo punto sentiamo delle urla provenire dal retro. Cesare non c’era più, era rimasto incastrato tra i sedili. Da lì è nata questa cosa di “Dov’è Cesare?”, in cui lui si diverte a nascondersi in posti assurdi.

Da questo possiamo ricollegarci all’importanza che ha l’utilizzo dei social, in particolare di Instagram che al momento sta avendo un grande successo, per un gruppo emergente. Quanto vi aiuta questo canale nel farvi conoscere?

Riccardo: È  fondamentale. Suonare in giro è ovviamente la cosa che amiamo di più, ma oggi il tutto deve essere necessariamente supportato dai social network, che ci piaccia o no. Ormai la vita su internet è quasi una seconda vita. C’è solo da capirla e saperla sfruttare al meglio. Noi, in generale, non siamo tipi da social network, ma siamo consapevoli della loro importanza nell’aiutarci a farci conoscere e farci entrare in contatto con le persone.

Cesare: È difficile soprattutto perché dovremmo stare più attenti a non utilizzare il dialetto bresciano. (ridono)

Quella di oggi a Milano è la penultima data del vostro tour, che vi ha portati per tre mesi su diversi palchi del nord e del centro Italia e che si conclude martedì 24 nella vostra Brescia. Com’è andata? Cosa vi rimarrà di questa esperienza?

Riccardo: È stata un’esperienza davvero intensa, abbiamo conosciuto tantissimi luoghi e persone. Vedere la gente sotto il palco che partecipa è sicuramente la cosa che ci mancherà di più.

Gianluca: La cosa più bella della musica dal vivo è girare, conoscere, stare in contatto con le persone. Sono cose che noi tutti facciamo già da molto tempo, ma ogni volta ci stupisce vedere la partecipazione delle persone. Diventiamo una sorta di compagnia allargata, ed è questo che ci piace. Questa è la penultima data, chiudiamo il tour martedì a Brescia insieme agli Endrigo che presentano il loro disco.

E una volta finito questo tour che progetti avete?

Cesare: Io volevo provare ad entrare nei Ministri, però non so come potrebbero prenderla loro! (ridono)

Gianluca: In realtà ci fermiamo per poco, un mesetto di pausa e poi torniamo a suonare perché è la cosa che ci serve di più fare in questo momento. E poi stiamo già scrivendo il disco nuovo, abbiamo già dei pezzi su cui stiamo lavorando, quindi ci vediamo presto!

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A cura di Elena Abbatiello

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