BOOMBOX MEETS… CALVINO

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A cura di Alessandro Melioli

Il 14 maggio è uscito Gli Elefanti, primo disco di Calvino, al secolo Niccolò Lavelli. È l’ultima fatica del cantautore milanese, a distanza di poco più di un anno dall’EP Occhi Pieni Occhi Vuoti. Sulle scene locali già dal 2008 e con un primo EP uscito nel 2011, il progetto artistico di Niccolò subisce un’importante svolta nel marzo 2012, quando inizia a collaborare con Blend Noise Studio di Milano e, sotto la guida di Federico Bortoletto e Filippo Corbella, decide di cambiare nome in Calvino. Da qui in poi il suo percorso musicale subisce una graduale evoluzione: il tour nel 2014 di Occhi Pieni Occhi Vuoti  lo vede impegnato in 50 date, grazie alle quali ha l’opportunità di suonare nei locali e nei festival più importanti della scena indipendente milanese, accanto a noti artisti quali Brunori, DiMartino, Betti Barsantini, Giuliano Dottori. Questa fondamentale avventura, unita all’esprienza maturata in tanti anni di live e concerti, lo hanno reso consapevole della bontà del suo percorso e dei suoi lavori: Gli Elefanti, targato Dischi Mancini, è il risultato di tutto ciò. Noi di Boombox, sempre curiosi e attenti alle produzioni di qualità, non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione per intervistarlo.

  • Chi è Calvino? Come è avvenuta la metamorfosi rispetto ai primi tempi, nei quali eri semplicemente Niccolò Lavelli?

Calvino è un progetto aperto. Lo pseudonimo permette maggiore libertà. Calvino può diventare qualsiasi cosa. Rispetto ai primi tempi sicuramente ho cercato di andare oltre la classificazione di musica cantautorale che spesso sento come molto limitante e permettermi di pensare la scrittura e le canzoni senza precedenti ingombranti e invasivi.

  • Quali sono gli artisti che più ti influenzano come cantautore?

Dipende molto dal periodo. Di solito ascolto “abbuffandomi” di un artista per un periodo breve per poi cercare altro. Nel periodo di registrazione di quest’ultimo disco gli artisti che ho ascoltato di più sono stati diversi, se devo pensare ad alcuni nomi mi vengono in mente Wilco, Spoon, Alvvays, Devendra Banhart, Timber Timbre.

  • A distanza di un anno da Occhi Pieni Occhi vuoti, è uscito Gli Elefanti, il tuo primo album. C’è stata un’evoluzione rispetto all’EP e ai tuoi lavori precedenti? Quali sono i cambiamenti più significativi?

L’evoluzione è stata molto naturale, sono stati i nuovi pezzi a richiederla fortemente. Sono entrate maggiormente le ritmiche, la scrittura necessitava di messaggi più diretti anche se apparentemente deliranti, la ricerca sui suoni si è orientata verso atmosfere meno soft e ho sentito il bisogno di immergere il disco e i brani in un bagno di rumore da cui le canzoni emergevano una ad una.

  • Da dove nasce l’idea di registrare Gli Elefanti interamente con strumentazione vintage?

Gli elefanti è un disco fortemente ancorato al luogo da cui è nato il progetto Calvino, ovvero il Blend Noise Studio. Questo luogo è costruito sul gusto di Federico Bortoletto (Dischi Mancini) ed è pieno di cose bellissime che quando hai sotto mano non vedi l’ora di registrare. Non è stata una scelta a tavolino, abbiamo suonato i brani con quello che avevamo in studio, ovvero un sacco di strumenti “vivi”, fisicamente presenti e con una loro personalità ben definita.

  • Hai alle spalle diversi anni di live, nei quali hai suonato in molti locali milanesi, in compagnia di musicisti importanti. Che idea ti sei fatto della scena live italiana? Si può ancora vivere di musica, secondo te?

La scena live italiana ha delle oasi davvero belle e commoventi, tanto più quando si nota il contrasto con il deserto che le circonda. Si tratta di andarle a scovare. A volte però da un’oasi all’altra passano giorni e giorni di sete che ti fanno invocare pietà e quasi perdere la speranza. Non credo si possa vivere di musica, è una domanda che ossessiona parecchi musicisti che fanno musica indipendente. Dal punto di vista economico di musica io non vivo, nemmeno lontanamente. Ho un lavoro che mi appassiona tanto quanto la musica e che porto avanti su una strada parallela. Tuttavia credo che non sia costruttivo essere ossessionati da questa domanda. E’ sempre stato così, spesso per portare un proprio messaggio nella maniera più onesta possibile si tiene conto che il lato economico non è il termometro giusto per capire se la cosa funziona o no.

 

 

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