Il 20 dicembre, in una Milano molto poco natalizia, Vox ha incontrato Edoardo Calcutta, ai più noto solo come Calcutta.

Ciao Edoardo, siamo della Gazzetta dello Sport. Come si piazza in classifica il Frosinone quest’anno?

Penultimo, purtroppo non ho sensazioni positive.

Invece mentre scrivevi il tuo ultimo album, ti aspettavi tutto questo successo?

No, sensazioni altrettanto negative. Mi sembrava un disco azzardato, una specie di esperimento.

E ora che è arrivato [il successo] come lo stai vivendo? Due youtuber (ndr Riccardo Dose e Simone Paciello) hanno definito il tuo singolo “Che cosa mi manchi a fare” la canzone più triste di sempre, che effetto ti fa essere uno degli artisti rivelazione del 2015?

Il video parodia non mi ha toccato minimamente, mi è solo dispiaciuto che il bambino che ha recitato nel videoclip sia stato preso in giro gratuitamente su internet. Mi fa piacere che le canzone siano state apprezzate da molte persone. Non mi aspettavo tutta questa eco. Posso dirvi che mi sento fortemente impreparato, dovrò migliorare sui live e nella gestione della relazione con il pubblico.

Milano e Roma sono molto presenti nel tuo ultimo album. Come vivi il rapporto con queste due città? Dove ti vedi tra 10 anni? Come ti aspetti il pubblico milanese?

Mi vedo a Monza, perché sono un grande fan dei Promessi Sposi e amo i luoghi dei Promessi Sposi. Scherzi a parte, Milano l’ho definita una corsia di ospedale per motivi strettamente personali, ci ho passato un periodo poco felice. Mi sentivo un po’ soffocare da determinate abitudini sociali tipicamente milanesi. Però non ho niente contro Milano, è probabile che ne abbia conosciuto solo una piccola parte. La Milano di facciata e più stereotipata. Stasera mi aspetto di ricevere molto calore dal pubblico milanese.

Ci sono stati degli ascolti che hanno influenzato il tuo album?

No, in realtà ho cercato di ascoltare il meno possibile. Volevo proporre un sound molto austero, lo definirei “sovietico”, a tratti spartano. Ne è uscito un suono neutro e primitivo. Ho ascoltato moltissimo Lennon, perché apprezzo la funzionalità dei suoi arrangiamenti molto essenziali. Non avevo alcun tipo di interesse a fare un lavoro manierista o di ricerca, ho cercato di eliminare il superfluo per far emergere il cuore pulsante dell’album.

Mainstream è il nome del tuo album, senti di aver realizzato un lavoro mainstream?

Il nome dell’album è prima di tutto una provocazione nei confronti di un determinato modo di vivere la musica. Una frecciatina a tutti quelli che credono che soltanto un prodotto di nicchia meriti di essere ascoltato (e mi ci metto per primo, sono stato a lungo quel genere di persona). Lo trovo ancora molto azzeccato, tornassi indietro non lo cambierei.

Ti senti portavoce di un sentire generazionale?

Io parlo dei problemi che mi riguardano direttamente. Ovviamente sono pur sempre un ragazzo della mia generazione e quindi incontro le stesse difficoltà che molti altri ragazzi della mia età vivono ogni giorno sulla propria pelle. Ho cercato di raccontare storie di pochi minuti in cui potersi immedesimare, ma soprattutto a cui affezionarsi.

Se potessi fare un featuring con un grande del passato?

Dante Alighieri (ride), oppure Maradona.

Collaborazioni per il futuro?

Rihanna.

Non si sente molto Rihanna nel tuo disco….
No, ma sicuramente si sentirà nel prossimo.

Vox lancerà nei prossimi giorni l’hashtag #RihannaPleaseCantaConCalcutta.

a cura di Margherita Rho e Carlo Michele Caccamo

Nume tutelare Francesca Bonfanti

 

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