BOOMBOX MEETS…BIANCO

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A cura di Valentina Aiuto

Al Circolo Ohibò abbiamo incontrato Bianco che sta portando in tour il suo terzo album, “Guardare per aria”.

Da “Nostalgia”, tuo primo album, ad adesso quali sono stati i cambiamenti sia a livello personale sia musicale che hai sentito più forti?

Parto da quelli musicali. Ho conosciuto tantissime persone che mi hanno aiutato e insegnato tanto in questi anni. C’è stata un’evoluzione grazie alla loro conoscenza e grazie un po’ anche a una mia crescita, per i miei ascolti. Dal punto di vista, invece, personale mi è cambiato abbastanza il mondo attorno perché, secondo me, avere trent’anni è una fase di cambiamento.È una cifra tonda che comunque impatta perché le responsabilità crescono e anche le cose diventano sempre meno e più importanti e più consistenti, come le amicizie, la musica che ascolti, la musica che fai. Ti concentri di più su poche cose.

Quando hai realizzato il tuo secondo album, lo hai chiamato “Storia del futuro”. Cosa ti aspettavi più o meno dal tuo futuro? Ti aspettavi “Guardare per aria”? Ti aspettavi un po’ quello che è successo adesso?

Lo speravo. In realtà, non me lo aspettavo perché, quando ho fatto “Storia del futuro”, era veramente il momento in cui avevo proprio la foga di coinvolgere persone, di mettere tanti strumenti nelle canzoni. Il coinvolgere tante persone è la cosa giusta, ma dosate. Quando ho scritto quel titolo lì era un po’ più una cosa al passato, quindi il futuro era davvero la difficoltà di scrivere la “Storia del futuro”. Però sono molto contento perché per me l’evoluzione di questo nuovo disco è quella che speravo.

È un disco molto intimo, parli di amore, di paure, di speranze. C’è un po’ di tutto, ecco. Quello che qualsiasi uomo prova durante la sua vita. Come artista, quali sono le emozioni che provi di più quando ti approcci alla tua musica?

È una vittoria quando senti che stai facendo comunque una cosa piacevole per te. Sai che se piace a te potenzialmente può piacere ad altre persone. La cosa più bella è essere appagati da quello che scrivi, poi una cosa può avere successo o meno, però sicuramente la motivazione più grande di chi fa questo lavoro è quella del farsi del bene ad hoc per se stessi. È un matrimonio a due con le cose che scrivi, è bello portarlo avanti, vederlo crescere, vederlo evolversi.

Quando hai capito che la musica stava diventando parte integrante della tua vita e che doveva essere di quello che dovevi “cibarti”?

In realtà me lo hanno fatto capire un po’ anche gli altri. Continuavano a dirmi che vedevano un talento, a partire dalla mia famiglia, gli amici, le fidanzate. Tutti mi hanno spinto a continuare. C’è anche una persona in particolare che mi ha detto che avrei dovuto proprio farlo: tipica situazione in vacanza, gli ho fatto sentire delle cose, senza nemmeno dirgli “guarda questa l’ho scritta io”.

C’è un gruppo in particolare che è uscito o sta per uscire nel 2015 che per te può avere davvero successo?

Non lo posso dire e non lo dico perché non voglio portare sfiga a nessuno (ride). Il successo, secondo me non va calcolato tanto perché ci sono delle cose meravigliose che purtroppo non lo hanno, non perché non piacciono alla gente ma perché non arrivano alla gente, per qualche strano motivo non arrivano a tante persone. Un disco, però, che secondo me è meraviglioso e sta avendo già successo perché è uscito qualche mese fa, è quello di Colapesce, “Egomostro”. Quello lì è un album che da tutti i punti di vista è molto interessante perché ha una profondità autorale e una bella ricerca musicale.

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