Abbiamo intervistato Alberto Bianco, fresco di uscita del suo quarto album, sinteticamente intitolato “Quattro”, e abbiamo fatto con lui quattro chiacchiere su ciò che questo lavoro significa per lui, che cambiamenti porta con sé e come vede il suo futuro.

Quanto è maturato Bianco dal 2014, quando ha registrato Guardare per aria?

Beh, abbastanza! Sono passati quattro anni da quando abbiamo registrato quell’album, poi ci siamo imbarcati in un lungo tour a supporto al disco e un altro ancora più lungo come band di Niccolò Fabi. Siamo tornati in studio solo l’anno scorso, per registrare Quattro. Nel frattempo sono successe e cambiate molte cose.

Quante e quali influenze, musicali o letterarie, ci sono in questo nuovo lavoro?

Ce ne sono abbastanza da tutti e due i punti di vista. Musicali parecchie, perché i miei ascolti si moltiplicano e diversificano ogni giorno, in maniera esponenziale. Più cresco e più mi infogno di musica. Dal punto di vista letterario invece citerei “Le otto montagne” di Cognetti e “Riparare i viventi” di Kerangal.

Cosa ne pensi della nuova posizione che la musica indie ha nel panorama musicale italiano? Ha cambiato il tuo approccio nella pubblicazione dell’album? Ha cambiato le tue aspettative di pubblico?

È un’analisi interessante che però non ho ancora approfondito, quindi posso dirti indicativamente come l’ho percepita io. Lo vedo come un segnale positivo perché significa che la gente comune ha voglia di ascoltare della musica diversa che non sia Morandi, Celentano o Pausini… quelli intoccabili, insomma. E soprattutto che ha voglia di sentire musica cantautoriale, riscoprendo l’interpretazione che un autore può fornire del suo pezzo su un qualsiasi voglia cantante-interprete. E poi è tutto legato anche al mondo dei live, secondo me: la gente non ha più voglia di bere 100 mojito senza fare nulla, quindi decide di berne meno e di spendere i soldi risparmiati in un concerto in un qualche locale. Forse questa rivoluzione è quindi partita dal basso, dai localini, e poi le radio non hanno potuto ignorare i fenomeni che stavano nascendo, dovendosi adattare e facendo anche passare canzoni come “successi radiofonici”, quando in realtà il successo spetta a chi ha creduto e investito in quel tipo di musica nuova.

Alcune canzoni presenti in questo album sono scritte esplicitamente per alcuni tuoi amici. Che reazioni hanno avuto ascoltando le canzoni loro dedicate?

Alcuni addirittura commozione! … Non cerebrale, eh, quella delle lacrime. Altri ancora non lo sanno o non lo hanno scoperto. Altri si sono sentiti quasi in imbarazzo, ascoltando la loro storia raccontata; io egoisticamente non ci avevo pensato e non mi ero chiesto se potesse far loro piacere o meno. Le reazioni più disparate, insomma! Per tutti, per ora, però, c’è un bilancio positivo. Penso sia stato un piacere per loro sentire cose che non sarei riuscito a dire in altro modo se non cantandole.

Come ci si sente ad attirare un pubblico così eterogeneo? Ai tuoi concerti ci sono giovani, meno giovani e genitori coi loro figli.

È davvero una delle più grandi soddisfazioni perché significa che la musica che facciamo può essere declinata a tante persone diverse. Quando la scrivo e quando poi l’arrangiamo, quindi anche da un punto di vista di produzione e di scelta dei suoni, non ci chiediamo tanto a chi possa piacere, quindi il target si delinea meglio quando il disco è uscito e siamo in tour. Anche noi, infatti, volta per volta, siamo curiosi di scoprire per chi suoneremo quella sera. E poi, come hai detto tu, ci sono tante persone adulte. Queste ultime secondo me usufruiscono della musica in maniera forse un po’ più accurata, quindi rappresentano meno ascolti su Spotify, ma poi comprano il disco o vengono a più tappe di un tour, perché sono andati proprio a cercarsela quella musica. Ovviamente mi fa piacere anche quando vedo i giovanissimi, perché significa che il linguaggio che uso non è così demodé o fuori tempo.

E tutti hanno un pezzo loro dedicato: in particolare i bambini. Se nello scorso album c’era “Le stelle di giorno”, in Qu4ttro troviamo “Filastrocca sui tetti di Ortigia”. Come nascono queste tracce tanto semplici quanto efficaci?

Io le chiamo “canzoncine”, perché sono pezzi che nascono davvero in pochissimi minuti. Sono quelle piccole folgorazioni che ti arrivano e che già sai dove andranno a finire, sono storie che sai già dove portare. Quindi sono veloci ed immediate da scrivere. A differenza di tutte le altre canzoni, su queste non torno mai indietro per vedere se quello che avevo scritto era realmente giusto o sbagliato. In generale, sulle altre ci passo molto più tempo; queste invece vengono scritte e registrate velocemente, per non perdere il momento.

Cosa intendi quando dici “giusto o sbagliato”?

Quando scrivo un testo, lo dico molto umilmente e non per tirarmela, sono un grande lavoratore; nel senso che una volta che la bozza è finita, la canzone non lo è necessariamente: rileggo il testo, ripenso alla melodia… devo essere veramente convinto di ciò che ho scritto e peso ogni parola. Sui pezzi che hai citato prima invece mi fido più dell’istinto e mi faccio guidare liberamente.

La persona innamorata” parla di un’amicizia catartica tra un barbagianni e una giovane donna. Come è possibile partorire un’idea del genere?

Il via per questa canzone in realtà l’ha fornito la scrittrice Virginia Virilli, che mi ha mandato degli estratti da quello che diventerà forse il suo nuovo romanzo, delle frasi sconnesse tra loro. Io ho cercato di unirle, dando loro un ordine che mi piacesse, aggiungendo altri versi miei, melodia e musica. È stato fantastico, è un’idea che a me non sarebbe mai venuta, perché è un tipo di scrittura che non mi appartiene molto. Quindi trovarmi a lavorarci su è stato divertente.

L’idea di amore fornita dall’ultimo verso “l’amore non innalza, ti radica a terra” è positiva o negativa?

Ho fatto la stessa domanda a Virginia quando mi ha mandato quella frase, a dire il vero. Io la vedo come una cosa positiva, però. L’amore ti porta ad avere delle radici, delle fondamenta per una crescita condivisa.

Sei un cantastorie, ma in questo album canti le storie di altri, non (solo) le tue. Come nascono tracce come “Tutti gli uomini”?

Sono partito dal ritornello, caratterizzato da un sacco di ironia e anche un po’ d’ambiguità, però non volevo delle strofe che creassero una canzone comica. L’idea di inventare delle storie da raccontare nelle parti mancanti è venuta a Niccolò Fabi, perché gli ho fatto sentire questo ritornello quando eravamo in giro insieme in tour. Ho seguito il suo consiglio e mi sono ritrovato in compagnia di Marco l’avvocato e Roberto il motociclista.

Fiat” live era presentata in un altro arrangiamento. Come mai questo cambiamento per la versione studio?

In tour abbiamo portato la bozza, un provino che avevo voglia di far sentire al pubblico perché è una delle prime canzoni scritte per questo disco. La bellezza del fare un album è che fino all’ultimo tutto può succedere, però: sentivo che in questa traccia lo spessore del testo non andava ancora d’accordo con la musica; il contrasto non era così forte, ecco. Invece in questo nuovo arrangiamento penso si senta proprio la fabbrica, questa situazione un po’ caotica, anche notturna o forse solo piovosa. Una volta finito abbiamo capito che questa era la veste giusta per “Fiat”.

La chiusura dell’album è affidata a “Organo Amante”, interessante forse soprattutto per la durata. Come siete arrivati alla decisione di tenerla in tutta la sua interezza (9 minuti) a fine progetto?

Ci siamo ritrovati in otto a registrare questa traccia in uno studio enorme di 200 metri quadrati (il Superbudda di Torino, qui il video della recording session del brano), facendo proprio tutto al momento. Quindi, quando d’istinto senti che una determinata cosa deve essere così, non ci siamo posti il problema che fosse troppo lunga o che la parte prima fosse troppo corta rispetto allo strumentale che viene dopo. Semplicemente abbiamo suonato e poi tutti insieme ci siamo fermati quando ci sembrava opportuno, senza stare a contare giri o battute; è stato un momento nel quale ognuno di noi ha potuto liberamente esprimere tutto ciò che voleva esprimere.

Quanto pensa al futuro Bianco?

Diciamo che penso sempre a un futuro molto vicino. Non dico che vivo alla giornata, ma a progetto. E ogni progetto ha una sua scadenza, sia essa molto ravvicinata oppure poco più in là nel tempo. Devo dire che sono molto concentrato sull’attività di musicista in tutte le sue sfaccettature. Se quello che faccio in un determinato momento rappresenta una pedina per il futuro ci penso 24 ore su 24, circa.

Bianco porterà il suo Qu4ttro Tour a Milano, alla Salumeria della Musica, mercoledì 28 febbraio.

A cura di Fabio Scotta

 

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