BOOMBOX MEETS…ANDREA POGGIO

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A cura di Giuseppe Giovine

Sulla scia del Folk Fest, abbiamo incontrato Andrea Poggio dei Green Like July.

Quello che negli USA viene definito folk, secondo molti corrisponde all’italianissimo genere cantautorale. Trovi assonanza di contenuto in questi due generi “geograficamente lontani”?

Potremmo parlare per ore dell’essenza stessa della parola folk. Non riesco a capire cosa s’intenda a volte con questo termine. Quando noi parliamo di Highway 61 di Bob Dylan parliamo di un disco folk? Si, penso. E quando parliamo di Born in the USA di Bruce Springsteen lo facciamo come disco folk o già stiamo parlando di un’altra cosa? Springsteen è un cantautore o meno? Credo che sia solo una questione di etichetta. Più in generale trovo che questo tipo di discorso sia sterile e per me privo di interesse. Credo che cantautore sia solo un termine tecnico che serve ad indicare chi scrive delle canzoni e le canta, a differenza di chi scrive canzoni per farle cantare ad altri.

Per la produzione degli ultimi due album dei Green Like July vi siete recati in Nebraska, negli USA, e come sappiamo entrambi sono in lingua inglese . Cosa ti ha portato alla scelta di abbandonare l’italico idioma?

Per questo progetto la scelta dell’inglese è stata una scelta legata ad una determinata musicalità che volevo riprodurre con le canzoni dei Green Like July. I Green Like July sono nati in inglese perché la musica che propongono affonda le radici nel blues, nella musica nera, nell’americana. E questi generi rendono al meglio se proposti in lingua inglese perché la fonia dell’inglese permette un utilizzo della melodia diverso rispetto a quello che sarebbe consentito dall’utilizzo della lingua italiana.

Come vedi il futuro dei Green Like July e di Andrea Poggio? Non vorrei aver frainteso, ma mi è sembrato di capire che potrebbe esserci un distacco…

Green Like July sono entrati ufficialmente in una sorta di “letargo compositivo”. Negli anni ho coltivato questa creatura a più riprese, e conto di farlo ancora in futuro. Semplicemente sto esplorando nuove musicalità e credo che sia necessario fare questa cosa al di fuori di Green Like July.

Come vorresti fosse un festival per poterlo definire perfetto?

L’Handmade Festival organizzato da Jonathan Clancy. È un evento al quale mi è piaciuto molto sia suonare che partecipare come spettatore. Ed è una realtà in grado di offrire concerti di ottimi nomi dell’underground internazionale e di farli convivere con altrettanto buone realtà italiane. Poi il Mi Ami. Il Mi Ami è senza dubbio il festival migliore che abbiamo in Italia. Quello che manca in Italia è un festival di respiro internazionale. In questo senso, l’Ypsigrock in Sicilia lascia ben sperare.

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