Boombox meets…Love the Unicorn

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love-the-unicorn-a-real-thingDopo l’Ep Sports, in vista dell’uscita del loro disco d’esordio A Real Thing il 22 gennaio per We Were Never Being Boring, abbiamo fatto qualche domanda alla band romana, Love the Unicorn.

Ciao Love the Unicorn, Il vostro album A Real Thing è uscito il 22 gennaio: intanto volete raccontarci un po’ la vostra storia e come siete arrivati fin qui?

La band è nata diversi anni fa, cambiando poi formazione fino ad arrivare a quella attuale. L’arrivo di Lorenzo ha portato ad un cambiamento tanto estetico quanto di sound, dandoci modo di riarrangiare alcuni dei nuovi pezzi che erano già pronti, e di continuare su quella linea con i nuovi.

Vogliamo sapere se c’è (e al limite quale è) una storia dietro al vostro nome!

In realtà non c’è una storia vera e propria dietro il nome Love the Unicorn. All’inizio ci divertivamo a raccontarne una diversa in ogni intervista, ma la realtà è che ci piaceva l’accostamento delle parole “love” e “unicorn”.

In questo 2015 avete portato la vostra musica in diverse città, Pesaro, Padova, Napoli oltre che ovviamente nella vostra Roma: c’è un pubblico a cui siete affezionati particolarmente? Avete delle città in cui vi piacerebbe tenere concerti? Se sì, quali e perché?

Saremo onesti: conserviamo dei bei ricordi di ogni data fatta con Sports. Il release party di Roma fu bellissimo, pieno di amici e gente nuova: così come le successive date in Puglia, ma anche la data a Milano con gli Holograms fu bellissima. Insomma, la speranza è che con A Real Thing si possa replicare tutto ciò che abbiamo fatto con il nostro vecchio lavoro, moltiplicandolo per cento, ritrovando tutti i nostri amici e aggiungendone di nuovi

Vi va di parlarci un po’ del vostro nuovo album? Cosa c’è dietro e che rappresenta per voi?

Il nuovo disco rappresenta senza dubbio un passo in avanti in tutto, dalla scrittura all’approccio. Il cambio di formazione e i tre anni trascorsi tra Sports e A Real Thing ci hanno permesso di migliorare sotto tanti punti di vista.

C’è una consapevolezza più matura rispetto a “Sports” nello scrivere, nel suonare insieme e nei testi? È cambiato qualcosa rispetto a due anni?

Come ti dicevo prima, con il passare del tempo siamo riusciti a migliorarci, arrivando anche a una consapevolezza maggiore.

A cosa pensavate quando avete scelto il titolo A Real Thing? C’è qualcosa per voi di davvero reale, concreto e importante?

Il titolo è nato un po’ per caso durante la registrazione del disco. Stavamo perfezionando il testo di Melted, il pezzo che apre ART, e quel “real” urlato è diventato un po’ la chiave di tutto il disco.
Rimanendo sempre sul disco, direi che la cosa reale è stato l’enorme impegno profuso nella lavorazione di A Real Thing. Partendo dalla scelta di registralo fuori Roma, fino ai due anni di tempo passati tra i due lavori. Ogni cosa è stata pensata per tirare fuori un disco che ci potesse soddisfare al 100%.

C’è un filo conduttore che collega i vari brani? Cosa c’è dietro la realizzazione del disco e quale è la sua essenza?

Contrariamente a Sports, pensato come un concept album con un vero e proprio filo conduttore, A Real Thing è stato frutto della nostra voglia di fare musica. Non c’è un vero e proprio lavoro dietro i testi, se non alcuni autobiografici, quanto sulla ricerca di un sound che potesse portare avanti il discorso già aperto con il disco precedente. Speriamo che il risultato suoni come qualcosa di nuovo, pur mantenendo l’essenza della band.

A cura di Claudia Fiorillo

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