Boombox meets…Phill Reynolds

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Abbiamo incontrato Phill Reynolds in occasione del suo live con Caso all’evento di Indiealet del 18 Dicembre nella splendida cornice del Palazzo Avogadro.

Chi è Phill Reynolds?

Phill Reynolds è una discreta parte di me che si è sviluppata a pieno cinque anni fa, quando ho ripreso seriamente in mano la chitarra acustica e mi sono avvicinato al blues, al country e al folk americano vecchia scuola, fino agli attuali Bon Iver e The Tallest Man on Earth (il cui disco, fatalità, me l’ha regalato Caso quattro anni fa).

Il nome di per sé nasce da due artisti che mi piacciono molto: Phill Ochs e Malvina Reynolds. Questa è una buona parte di me, ma c’è anche una parte più nervosa, rock’n roll, che si esprime anche con altre formazioni: è una bella terapia.

È curioso che sia tu che Caso arriviate da tutt’altro mondo musicale (punk/hardcore) al vostro genere attuale. Cosa ti ha spinto a passare dall’urlo al mormorio quasi spezzato e intimo che proponi durante i tuoi live?

Dipende dagli ascolti che si approfondiscono e che ti appassionano di più, ma anche dall’esigenza di fare qualcosa di intimo, di proprio, di molto profondo. Il risultato non è per forza una one man band, ma nel mio caso, per quello che ho ascoltato e per quello che mi sentivo di scrivere, è andata esattamente così. In buona parte delle cose che scrivo ora rimane ancora un nervo, un’oscurità strettamente legata a quello che “sbraitavo” quando cantavo e scrivevo i pezzi dei Radio Riot Right Now, dei Sant’Antonio Stuntmen o dei Supercazzoduro.

Ma stai procedendo comunque con gli altri progetti?

In realtà col tempo ho dovuto abbandonare diverse cose perché non riuscivo più a seguirli, tra l’insegnamento e altri impegni. Il progetto che sto ancora portando avanti sono i Mary Chains & The Broken Heels, con cui siamo comunque fermi da un paio di anni. Con Astrid, la cantante, abbiamo altri progetti più piccoli, più vicini a sonorità come Motorpsycho o Timber Timbre. La priorità è comunque Phill Reynolds, il disco è appena uscito e sta andando molto bene tra live e recensioni positive.

Con diverse formazioni hai girato più volte l’America, raccontaci com’è andata.

Ho girato 35 stati con due tour di Phill Reynolds e tre di Mary Chains & Broken Heels. L’ultimo è andato oltre ogni previsione. Mi ha colpito il fatto che ci sia davvero una grande umiltà e una grande partecipazione, la meritocrazia funziona davvero e si ha sempre un forte riscontro anche per realtà veramente piccole come la mia. Il fatto paradossale è che potresti tranquillamente suonare ogni sera per sette mesi di fila ma in luoghi del tutto diversi, dal garage al locale grosso, al pub insieme a altri mille musicisti. Proprio per questo mi sono affidato a un amico (Vicking Moses) che ha saputo indirizzarmi direttamente nei posti dove sapeva ci sarebbe stata una buona audience ed è andata davvero molto bene, anche economicamente ho venduto molte copie dei miei lavori, e ho conosciuto gente davvero meravigliosa. Per esempio a Greensboro (North Carolina) dove un lunedì sera Bob il ragazzo che aveva organizzato l’evento ha promosso così bene le mie canzoni che mentre suonavo The Anchor, l’ultimo pezzo della serata, c’erano venticinque persone sul palco che cantavano insieme a me mentre Bob a petto nudo mi abbracciava cantando la mia canzone. A me sembrava quasi impossibile, avevo il groppo in gola. In tanti hanno sentito davvero quello che ho cantato e anche per il discorso della lingua si sono stupiti addirittura delle mie rime, come mai mi sarei aspettato. Ho avuto anche occasione di sperimentare il loro patriottismo, che non ha davvero nulla a che fare con il nazionalismo, con la destra, proprio nulla. È Il condividere, il farcela insieme, una cosa che veramente noi non abbiamo.
Per la prima volta ho trovato persone che mi aspettavano ed è stato magnifico.

E in Italia?

In Italia è un discorso diverso. Sta andando bene, ovviamente so che ho un tipo di live che non può essere accolto in grandi locali, anche se per esempio recentemente mi hanno chiamato a aprire a Iosonouncane al Bloom. Non ho un nome nazionale, forse solo nel mondo del folk, ma vedo che la cosa sta crescendo e sta andando bene, avrò un tour anche al Sud fino a Marzo con diverse belle aperture.
Il 2015 è stato molto particolare perché ha visto diversi artisti come Calcutta o lo stesso Jacopo di Iosonouncane che con un disco difficile ha spopolato nell’underground e non solo. Questo mondo ha il suo peso visto che sta crescendo davvero tanto e questo è un segnale molto forte, dà speranza. Si stanno muovendo molte cose. Non si esce più di casa solo per i gruppi grossi, ci sono alternative valide dentro un panorama più piccolo e magari nascosto ma che sta fiorendo e non è più solo un fatto di moda. Si vede anche da piccole cose come quando a un concerto a Carpi in un posto enorme c’erano solo dodici persone e ho venduto sei cd, ma anche stasera dall’ottimo lavoro che ha fatto Indiealet con un riscontro molto positivo.

Hai parlato molto di questa speranza anche nel tuo live, ma come si affronta il presente?

È difficile, devi sempre fare i conti con le necessità economiche, le disillusioni, le amarezze, che ci saranno sempre. Concentrarsi su quelle è inutile, delle cose positive per cui vivere ci sono. Non sono un profeta, sono una persona normale con le mie invidie, negatività, nevrosi, problemi col sonno e i bicchierini. Da anni una delle cose a cui penso di più è la morte, ogni giorno, molte volte e sto cercando di abituarmi a pensare che la fine fa parte del gioco e più ne so di natura, di viaggi, di persone, più capisco che noi siamo un’ellisse, un ciclo con un inizio e una fine che però si ripete e il pianeta è fatto così e quindi se impariamo a avere meno paura della morte tutto il resto, tutta la paura nei confronti di ciò che ci attende si sgretola.
È un percorso che ogni volta che suono cerco di buttar lì però è molto difficile però giorno per giorno attraverso piccoli progetti, “step by step”, come dico anche in That’s Tomorrow e poi si vedrà. Quindi aspettative limitate, piedi per terra, passi piccoli ma fatti bene, amicizie, natura, distacco e contatto con cose che hanno a che vedere con l’umano (come il potere e il denaro) e non, perché i problemi non hanno a che fare solo con l’umano. È il contatto diretto con la realtà che fa la differenza, e per questo sono spaventato per le generazioni un po’ più giovani che si sviluppano anche nell’adolescenza attraverso i social network.
Speranza c’è, ma come diceva Monicelli, la speranza può essere un’arma a doppio taglio, un’arma del potere che tende a farti rimanere nella merda e attraverso la speranza di un futuro migliore toglie energia alla gente. È difficile, ma non impossibile.

A cura di Giovanni Pedersini

 

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