Boombox meets…Egreen

510

Classe ’84, nato a Bogotà ora residente a Milano, Nicholas Fantini aka Evergreen aka Egreen aka l’MC-preferito-del-tuo-MC-preferito-del-tuo-MC-preferito-che-non-sono-di-certo-io, è uno dei rappresentati più significativi del rap underground italiano. Con alle spalle 2 album ufficiali, 4 mixtape, 4 EP e 1 demo, Egreen calca i palchi della Penisola da quasi quindici anni, nonostante sia solo dall’uscita del suo primo album ufficiale, Il cuore e la fame che il pubblico nazionale ha imparato ad apprezzarne l’attitudine e il talento. Nel 2015 è l’anno di Beats & Hate, uscito dopo un audace campagna di crowfunding su Musicraiser, che gli è valso il riconoscimento generale di pubblico e critica. Egreen è qui per le patinate pagine virtuali di Vox per spiegarci che, come ci insegnano i Luminal, “c’è vita oltre Rock.it!”.

Benvenuto su Vox Magazine, Mr. Fantini. Prima dell’intervista vera e propria una piccola precisazione: sei il primo rapper che ospitiamo sul nostro modestissimo sito. In che misura ti rende orgoglioso questo? 

Sicuramente in misura significativa, colgo l’occasione per salutarvi e ringraziarvi.

Partiamo con l’argomento canonico delle interviste a Egreen aggiornate all’anno 2015: la campagna su Musicraiser per Beats & Hate. Si tratta forse del primo caso di crowfunding nell’ambiente rap italiano a godere di un successo così ampio. Il fatto che sia stato il tuo stesso pubblico a finanziare il disco come ha influito sulla sua realizzazione? Credi che il tuo sia il primo di una lunga serie di album finanziati dalla base o che rimarrà un caso isolato?

Dunque, andiamo per ordine. Credo che l’aspetto di aver visto una partecipazione ben oltre ogni aspettativa, mi abbia sicuramente portato a essere alquanto nervoso in merito ai feedback dell’album, album che, tengo a precisare, era già pronto e masterizzato a maggio 2015 (prima che tutto iniziasse). La realizzazione quindi, era già avvenuta. Credo che man mano che l’operazione cresceva in termini di riscontro, ho cercato sempre più di concepire un prodotto all’altezza delle aspettative dei risultati gradualmente visibili giorno per giorno.
Per quanto riguarda il disco in sé, nonostante possa sembrare molto “essenziale” dal punto di vista del layout, ha dentro di sé un lavoro enorme. Colgo l’occasione per salutare e ringraziare di cuore Corrado di fontegrafica, Sha Ribeiro per le foto, Massimiliano Ceriani per aver lavorato con noi al concept e Fabrizio Festa che ha elaborato e impaginato il tutto.
Comunque, per il futuro non scarto operazioni analoghe. Abbiamo commesso alcuni sbagli in fase operativa e anche per una questione di sfida personale vorrei provare a fare le cose in maniera impeccabile. È indubbiamente un target ambizioso per progetti futuri. E se devo dirla tutta, spero vivamente che quanto accaduto con me, possa essere di esempio per molti che verranno. Questo non è un concetto di autoproduzione da circoscrivere a una nicchia o da etichettare solo a un certo tipo di profilo artistico. I ragazzi che si sono “affidati” ai crowdfunding a “caldo”, dopo la mia esperienza, lo abbiano fatto di fretta. Credo che ora serva del tempo per assimilare la cosa e lavorare sugli sbagli, principalmente di natura comunicativa.
Per chiudere il discorso, credo fermamente che il crowdfunding possa rappresentare una forma concreta e solida di autoproduzione a 360° senza fare alcuna distinzione nella catena alimentare dell’industria discografica.

Parliamo del disco. Da Il cuore e la fame sono passati due anni. È stato un disco che ha lasciato di stucco la scena underground e ti ha fatto conoscere a un pubblico più vasto. Un disco per certi versi più introspettivo e corale, dato il gran numero di featuring. Beats & Hate è invece un album di battaglia in solitaria, una granata (come suggerisce il back-front del disco) che esplode dalle casse in faccia agli haters in ascolto. Cos’è successo? L’uscita da Unlimited Struggle ha influito in un qualche modo su questo cambiamento? (Puoi leggere anche l’ultima domanda come una buona occasione per silenziare le comare dell’hip-hop).

Innanzitutto grazie per le bellissime parole. Ma in realtà non è successo niente. A me piace fare il rap, stop. L’ho sempre fatto nella stessa identica maniera, pur avendo sputato su 100 tipi di beat, cambiato 100 stili (come il king RAE MARTINI) e 100 flows.
Sicuramente la mia esperienza all’interno del colosso underground unlimited mi ha dato molto, ma mi ha anche significativamente scottato, lasciando un segno molto spiacevole sotto pelle. C’è da sottolineare che io non sono affatto una persona facile da gestire o con la quale lavorare. Beats & Hate era pronto per uscire come autoprodotto dal sottoscritto qualora non ci fossero stati i presupposti per avviare il crowdfunding. Non credo assolutamente che in questo momento ci siano strutture capaci di credere e sostenere in maniera solida, eticamente pulita ed economica, il rap underground in Italia. Non dico che sia facile o che “mi è dovuto”, dico solo che in questo Paese non vedo qualcuno che al momento lo sappia fare con criterio – in primis perché non è assolutamente facile. C’è un rischio di impresa enorme e tutti la sera devono poter avere il pane in tavola.

Il tuo è un rap attitudinale, che picchia e castiga parlando a sua volta di rap, “il libro che parla del libro”, per citare Ghemon, che hai citato a tua volta. È evidente che nutri un amore puro e genuino per questa storia chiamata Hip-Hop. Puoi ricordarci il “vostro” primo incontro? E ora una domanda più amara: credi che ad oggi questo amore sia stato tradito? 

Ci tengo a precisare che io faccio musica rap. Per come la vedo io l’hip hop è un’altra cosa. È molto importante che venga tracciata una linea e la gente si sensibilizzi il più possibile a quella che secondo me è una differenza sostanziale. Quella che è la mia concezione della parola “hip hop” la porto nel cuore, ma questa, come già detto, è un’altra storia.
Mi sono avvicinato al rap moltissimi anni fa, quando abitavo a Detroit e facevo la quarta elementare. Nulla di strano o fuori dalla norma: c’è il tormentone, ti prende bene e via. L’approccio più maturo avviene dopo in Italia, col rap italiano e nello specifico con una compilation che si chiamava “Hip Hop on the top”, che uscì – era un doppio cd – italiano e statunitense. In quello USA c’era Triumph dei Wu Tang, il resto è storia.
L’anno dopo mi traferii a Ginevra, in un contesto totalmente multietnico e in tempo zero fui sommerso da hardcore francese e americano e quello fu il vero colpo di grazia. Parlo del ’98 circa…

Rimaniamo sullo stesso argomento: il rap italiano sta godendo di un ampio successo di pubblico e si sta diffondendo sempre più rapidamente tra i più giovani. Come vedi quella che da alcuni è stata definita la nuova golden age? Credi che sia un fenomeno destinato a durare? E come vedi la tua generazione di rapper sui trent’anni che hanno visto la fine della vecchia scuola e l’avanzare ora della nuova scena?

Credo che la prima e unica Golden Age italiana sia iniziata più o meno con la “rapadopa” (anni ‘90) e si sia conclusa con “la grande truffa del rap” (2000).
Per come interpreto in maniera prettamente personale il concetto di golden age, la vedo come una vera e propria primavera artistica dove tutto è legato in modo imprescindibile da un filo invisibile, dove il livello delle produzioni e delle liriche cresce di pari passo, mantenendo le diverse sfumature, in un clima di sana competizione finalizzata a un bene intellettuale e artistico comune.
Ecco, per come vedo le cose, non credo sia possibile definire questa una seconda golden age, poiché è assente tutto quello che io vedo in questo concetto. Forse andrebbe definita come la prima “gold rush”. Oggi infatti, vedo solo necessità di ostentare e far vedere, prima di dimostrare. C’è parecchio egoismo, presunzione, ignoranza, poca voglia di ascoltare, ego tripping senza precedenti.
D’altro canto però, non c’è solo il buio: questo è un grande periodo sotto altri aspetti. Il livello si è alzato parecchio, ci sono giovani e giovanissimi che hanno preso coscienza, escono molti dischi e il concetto di produttività sembra essere un qualcosa che comunque quasi tutti hanno recepito e compreso. E questo è fondamentale affinché si vada avanti, nel bene e nel male. Certo, non ci vuole solo produttività, ma è importante.
Il momento è ottimo perché il rap sembra che, lentamente e finalmente anche in Italia, sia stato riconosciuto e accettato come genere. C’è attenzione mediatica e popolare. Spero e credo quindi, che dopo svariati “tentativi” negli anni, questo periodo duri il più tempo possibile.
Riguardo alla mia generazione, invece, credo che noi siamo quelli che “cazzo ai tempi ci dovevi credere davvero”; quelli che hanno vissuto l’era del “gli scarsi li tiravano giù dal palco” e a volte lo scarso eri tu; quelli si sono presi i vaffanculo da entrambi le parti. Siamo i romantici, gli illusi e delusi, destinati purtroppo a non essere capiti. Per me come per altri sono stati anni difficili. Credo che sia solo una questione di “tenere botta”, avere senso della realtà, autocritica, produzione costante e idee chiare e obiettivi determinati.

Una domanda darwiniana: cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo disco di Egreen? 
Barre.

Una curiosità linguistica personale: ma toma cosa significa di preciso? 

È uno slang sudamericano, io sono Colombiano e sono cresciuto orgogliosamente ascoltando anche i latini di New York: Pun, Juju, Toca, Nore, Fat Joe, Les… Toma è comunemente utilizzato dai Boriqua o latini in genere per dire “pigliati questo”, “tieni”.

A cura di Nicolò Valandro

Commenti su Facebook
SHARE