Boombox meets…Daniele Celona

453

Daniele Celona è un cantautore torinese con origini sarde e siciliane. Si definisce uno di quei cantautori che “utilizzano le canzoni come una sorta di personale terapia, con l’esigenza di sezionare determinate dinamiche collettive, di comprendere e denunciare derive e storture della realtà in cui viviamo”. Stasera salirà sul palco dello Zog di Milano per Astarte Booking per la festa di presentazione della quinta edizione dell’A Night Like This Festival.

Innanzitutto per iniziare, parliamo di te. Chi è Daniele Celona? E quanto la tua storia personale influenza le tue canzoni?

Dovrei chiedermelo anche io ogni mattina chi è quel signore allo specchio. Si potrebbe dire sia un cantautore un po’ sboccato, un maldestro Don Chisciotte che prova a far passare la sua idea di chitarre fuzz e testi il cui contento non maltratti l’italiano e provi a dire qualcosa a pancia e cervello. Siamo il frutto della nostra storia e del nostro viaggio, ergo l’esperienza e i lividi accumulati non possono non far parte di quel che si scrive. Anche quando si racconti la società o l’ ”altro”, a noi vicino o lontano.

L’anno scorso, esattamente il 3 febbraio, è uscito il tuo disco Amantide Atlantide. Si tratta di un titolo alquanto ermetico, come lo hai scelto? Chi sarebbe la tua Amantide e cosa la tua Atlantide?

Il titolo è una sintesi di quanto contenuto nel disco. Atlantide, lo ripeto sempre, è metafora di un mondo che crolla e nel titolo del disco rappresenta lo spettro del fallimento, la spada di Damocle al di sopra dell’ ambiente in cui i miei personaggi si muovono. Parlo dell’oggi, spesso italiano, con i suoi paradossi e le sue difficoltà.
Amantide invece siamo noi, piccoli uomini e donne che nel contesto attuale si muovono, sopravvivono, combattono, vincono o soccombono.

Quando ascolto una canzone mi piace soffermarmi sulle parole usate, ascoltare in profondità i testi e provare a conoscere il cantante o la cantante da quelli. Quanto di te metti nello scrivere? Cosa provi mentre scrivi canzoni? E qual è il brano dell’album in cui è possibile ritrovare più te, il vero Daniele Celona?

Temo non sia facile spiegare cosa si provi scrivendo. Sarebbe come cercare di spiegare a parole un amplesso. Occorre viverlo, punto. Si scrive anche per ricreare quel momento di piccolissima magia.
Riguardo al resto, ci sono un paio di brani autobiografici in questo disco, è vero. Sono Atlantide e V per Settembre. Si tratta comunque di un’eccezione.
Normalmente preferisco fare solo da narratore e da regista. L’ io è scisso lungo tutti i brani. Un po’ di te nelle varie tracce, e quindi, completamente, in nessuna.

Tra Fiori e demoni e Amantide Atlantide sono passati tre anni, è successo qualcosa di significativo in questo periodo? Nel realizzare il secondo album hai mostrato una maturità diversa rispetto al tuo esordio?

Si sono susseguiti innumerevoli avvenimenti chiaramente. Tre anni non sono certo pochi e il disco è anche una sorta di viaggio lungo i cambiamenti piccoli e grandi che ogni vittoria e caduta o difficoltà o momento di esaltazione ha portato con sé.
Non si tratta di maturità o meno. Il filo rosso che lega i due dischi è assolutamente riconoscibile. Più in generale, e qui ti parlo anche di ciò che avverrà in futuro, è questione di posizione assunta verso ciò che scrivi. E’ un equilibrio abbastanza stabile, la cui regola principale sta nel fare esattamente quello che ti passa per la testa. Che le gabbie non siano imposte da altri, ma neanche da te stesso. Se hai raggiunto qualcosa , ma quel qualcosa non ti soddisfa più a pieno devi avere le palle di scardinarlo, anche ammesso che stia diventando improvvisamente di moda o sia riconosciuto come peculiare del tuo stile. Credo sia l’unico modo per rimanere coerenti e in pace col proprio fanciullino, per riuscire a continuare a stupirsi.

Definisci il tuo cantautorato come una sorta di autoterapia. Da cosa si deve guarire? Qual è il malessere con cui fare i conti?

Non mi piace parlare di malessere, quantomeno non con piglio melodrammatico. Odio il vittimismo. Ci sono dei momenti difficili, scuri, nella vita di ognuno. Fa parte del gioco, anche se il biglietto per questa giostra non l’abbiamo comprato noi. Io scarico molte tossine sbraitando in un microfono o giocando con una chitarra in mano o seduto a un pianoforte. Tutto lì. In quel momento a ben vedere poco importa se stai scrivendo una stronzata o stai ponendo le basi per una canzone che resisterà alla prova del tempo. Molto banalmente, il viaggio lungo la scrittura è forse ancor più importante della meta da raggiungere.

I tuoi brani parlano di storie di uomini e donne che si muovo nella realtà a fare i conti con le proprie scelte e le proprie fragilità. C’è sempre un velo sociale nei tuoi testi, come è la società per te?

La società è malata perché tale è la natura dell’uomo. Così debole, corruttibile. Eppure c’è anche della luce. Alcuni gesti, etici, artistici, sportivi perché no, elevano l’uomo. Danno speranza nel contagio dal basso. Una sorta di strega tocca colore del fare la cosa giusta. Nessuno di noi forse può cambiare il sistema in toto. Ma esprimere la propria indignazione è un dovere. Mostrare un piccolissimo esempio lontano dall’andazzo comune è pur sempre una scintilla rivoluzionaria, che sfugge al sistema perché troppo piccola da catturare, perché considerata insignificante.
Così se un professore spiega a dei ragazzi come ragionare con la propria testa, se un’opera d’arte scalda il cuore di chi non pensava ad altro che ai suoi primari bisogni, se chi scrive allarga l’orizzonte anche di una sola persona che da quelle parole venga investito, beh forse vale la pena stare in piedi.

Progetti futuri nel cassetto?

Il 15 Aprile faremo una festa di chiusura tour ad Asti. Mi dovrò prendere almeno un paio di mesi per scrivere, per cucire i frammenti che ho raccolto in questo periodo e pensare come e dove registrare il terzo disco. Uscirà un EP, ma questa è una sorpresa che annunceremo a breve. Faremo comunque delle date anche per l’ estivo, ma dovrò ritagliarmi anche del tempo per tornare in Sardegna, sedermi al sole e spiegare a chi non c’è più, i miei nonni, cosa sto combinando.

A cura di Stefania Fausto

Leggi anche: A Night Like This Festival: intervista

Commenti su Facebook
SHARE