BIENNALE DI VENEZIA: NELLA SELVA DELLA CONTEMPORANEITA’

759

A cura di Eleonora Musicco

Per gente come me, a cui Mantegna e Michelangelo hanno strappato un pezzo di cuore, l’incontro con l’espressione artistica iper-contemporanea è sempre traumatico. Eppure, permane sempre il desiderio di confrontarsi con ogni tipo di arte. Infatti, secondo una celebre sentenza di Maurizio Nannucci, “All art has been contemporary”, cioè: l’arte è lo specchio del suo tempo e occasione per conoscere qualcosa del mondo e del contesto storico in cui si sviluppa.

Quale posto migliore per imparare se non la Biennale d Arte di Venezia: una delle più antiche e consolidate rassegne internazionali che dal 1895, ogni due anni, è approdo per il grande pubblico sulla tortuosa isola dell’arte contemporanea. Il luogo che, per intenderci, ha lanciato gente del calibro di Modigliani, Chagall, Delvaux, Pollock, Johns, Abramovich e Richter, ai tempi pressoché sconosciuti e bistrattati.

Oggi la Biennale si snoda dalla periferia est di Venezia per irradiarsi e invadere, da Maggio a Novembre, il resto della città. I luoghi cardine dell’esposizione sono l’arsenale, che ospita il Padiglione Italia, e i giardini con i Padiglioni Nazionali, costruiti nel corso del tempo, e il Padiglione Centrale, in cui artisti da tutto il mondo si esprimono sul tema della rassegna, scelto dal curatore.

Quest’anno il tema è “All the world’s futures” e il curatore Okwui Enwezor, critico d’arte nigeriano e statunitense. Il Padiglione Italia prende il nome di Codice Italia ed è curato da Vincenzo Trione. Gli artisti convocati sono 136 per andare a formare quel “Parlamento delle Forme” di cui parla Paolo Baratta, presidente in carica della Biennale dal 2008, nel suo intervento inaugurale.

La biennale è una selva dantesca per chi si approccia all’arte iper-contemporanea: un vastissimo museo esteso che, ad emulare effettivamente un parlamento, raccoglie le voci di numerosi artisti che a primo impatto stridono in un caos di forma e contenuto. Lo spettatore si muove liberamente, attratto dal sentito dire o dalla bellezza luccicante (come nel migliore vaso di Pandora) di qualche padiglione nazionale.

La vastità delle forme dell’arte contemporanea fa sì che, spesso, ci si dimentichi che anch’essa è, innanzitutto, arte. Il che significa che è, in ogni suo minimo aspetto, frutto di una volontà umana. Dunque nulla è messo lì a caso (se non quando il caso è chiamato in causa come generatore dell’opera) ma tutto deve essere guardato.

E’ l’arte che più mi sfida e sfida tutti noi, uomini del ventunesimo secolo. Vorremmo che tutto fin da subito fosse chiaro e che, oltre a scattarci una selfie di fronte all’ultimo pezzo della celeberrima Sarah Lucas per twittare “io c’ero”, potessimo anche dire, nel medesimo istante, “l’ho capita”.  Ma è nel tempo che si svela l’opera e nella curiosità dell’osservatore. Ecco l’invito dell’arte e di questa arte in particolare: tornare a quella condizione umana primigenia in cui tutto suscita un “perché?” e avere la pazienza di ricercare una risposta.

E allora potremo forse renderci conto, ad esempio, che non tutte le sculture che si nascondono nell’istallazione di Vanessa Beecroft, sono in marmo. Nell’opera “Le Membre Fantôme”, situata nel Padiglione Italia, la Beecroft cela dietro due pareti di pietra che impediscono la visione d’insieme, numerose statue raffiguranti corpi femminili, dislocate su lastre marmoree, a formare quello che sembra un mesto deposito dimenticato di un museo di arte classica. Anche le statue paiono aver dimenticato una parte di loro stesse: sono mutile e alcune si toccano, forse nella ricerca di quegli “arti fantasma”, evocati dal titolo, che si ha ancora la sensazione di sentire attaccati al corpo. Due di esse, poste su due lati della stanza, hanno la testa di un marmo di diverso tipo: la loro mancanza è stata colmata ma da un materiale irrimediabilmente differente. La figura centrale femminile si distacca dalle altre: è in bronzo dorato e attira l’attenzione. Qui la Beecroft, invitata dal curatore a riflettere sul tema della memoria, cita un’opera di Marcel Duchamp “Etant Donnés” in cui però la figura femminile regge un lume. Ora invece il corpo ha come assorbito la luce diventando materialmente prezioso, ma è privato degli arti e della candela. Senza un lume che faccia da guida – una tradizione percepita come viva –  i corpi sono abbandonati a loro stessi e giacciono isolati, come emblematicamente ricorda quello elevato centralmente su un fusto di colonna.

A fine giornata esco dalla “selva” dei giardini e il sole tramonta sulla laguna, a regalarmi un’ultima (e quasi confortante nella sua semplicità) opera d’arte. Non tutto quello che ho visto ha ricevuto il tempo che gli era dovuto e non tutto quello che è stato minuziosamente osservato ha trovato il mio consenso. Tuttavia sono arricchita dal rapporto che si è instaurato con alcune opere d’arte. E’ una sfida che chiama in causa, quella dell’arte contemporanea, necessaria per dire – davvero – “io c’ero”.

Commenti su Facebook