BEST OF

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 A cura di Claudia Tanzi

“There is some good in the worst of us and some evil in the best of us. When we discover this, we are less prone to hate our enemies”
M. L. King Jr

L’I-phone squilla: agenda, chiavi, trousse, occhiali, ogni volta a frugare nella borsa si trova tutto meno ciò che si sta cercando. Finisce tutto in terra. Chiamata persa.

Niente tacchi a spillo questa volta, però, nè tantomeno borsa Vuitton e aria da chi ha il  mondo ai propri piedi.Piuttosto, un’accozzaglia di fantasie, colori e indumenti coronata dal degno tocco di un turbante. Stavolta nel ruolo della stressatissima donna in carriera non troviamo la Miranda Priestley di turno, ma una malese della seconda generazione che nel suo essere ed apparire eccentrica farebbe inorridire il Diavolo che veste Prada.

Tanto più che​ carriera ha il suono metallicodellesbarrediunaprigioneperchidelpropriopaesediorigineharinunciato al Passaporto, ma non alla filosofia di vita. Una vita di cui, a guardarsi indietro, si desidera ricordare i weekend al mare, non le notti in ufficio. Quando tutto cade in terra si è costretti a fermarsi a rimettere insieme i pezzi, e lo sfogo  che ne deriva è il racconto del solito,normalissimo caos,che porta in scena i drammi e le contraddizioni di​ una società che fatica a tenere il passo con il suo stesso cambiamento​ .
Identità ​ è una parola cresciuta sul terreno di frontiera per le seconde generazioni: stranieri nella patria lontana che i genitori si sforzano di mantenere viva; stranieri nella casa in cui si è nati. Contesi tra due mondi o forse rigettati da entrambi, ci si ritrova ad ascoltare le lamentele di un tassista felice di potersi concedere un po’ di razzismo una volta appresa la propria nazionalità a dispetto del colore della pelle. Si finisce per rimanere intrappolati nel ruolo di mediatori tra civiltà: da un lato i genitori, dall’altro i medici. Da un lato il disgusto di chi in metro si trova seduto a fianco di un immigrato, dall’altro il razzismo di un cinese che tifa un tennista soltanto perchè cinese a sua volta. Ma chi rimane a mediare tra le proprie due anime?
La paura della solitudine, il matrimonio, la malattia: come in ogni spettacolo teatrale degno di essere definito tale, sul palco c’è un po’ di ognuno di noi, ed è quest’empatia di fondo che chiama in causa nel ruolo di muti confidenti gli spettatori stessi. Non si tratta allora tanto di fingere l’assenza di differenze tra popoli,quanto dismettere di marchiare e incanalare nei confini di strette definizioni i fenomeni sociali in atto: le parole “razzismo”, “multiculturalismo”,
“integrazione” sottendono un implicito riconoscimento di tali diversità, ma non sarà focalizzandosi su queste che si riuscirà ad andare avanti. Si tratta di chiedersi se lo straniero che vi si è seduto accanto ha famiglia, è felice o dove sta andando, non se ha un regolare permesso di soggiorno, da dove viene e in che modo si guadagna da vivere.
Nel frattempo, sfondo ai problemi quotidiani, muta lo skyline metropolitano di una città che è insieme tutte le città del mondo: battuto dalla pioggia “che lava via i peccati”, riscaldato dal sole,rischiarato da fuochi d’artificio o colorato da un arcobaleno, adombrato da nuvole bianche e da nuvole nere, dalla nebbia, dalla notte. Tanto il giorno tornerà sempre a sorprendere una donna   addormentata sulle poltroncine di una sala d’attesa,come in una bolla immune altra scorrere del tempo. Al​ Teatro Libero ci sono ancora delle sedie libere se vorrete ascoltarne i monologhi, o anche solamente aspettare in silenzio con lei. Che cosa? Inshallah.

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