Being Bond – La silenziosa rivoluzione dell’Agente 007

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Son passati 55 anni e la leggenda continua a sopravvivere.

James Bond nasce nel 1952 dalla penna di Ian Fleming (Agente 007 – Casino Royale) e nel 1962 attraverso il grande schermo (tramite i fratelli Broccoli che acquisiscono i diritti sui film). Da allora si sono susseguiti 24 film e 6 attori nei panni della spia britannica, ma il suo successo e la sua popolarità non sembrano offuscarsi col tempo.

Il primo a interpretarlo è l’attore scozzese Sean Connery che, anche se non particolarmente gradito all’inizio alla proprietà di produzione dei film e allo stesso Fleming, si guadagnerà poi sia la fiducia dei suddetti, sia il successo del pubblico, con interpretazioni molto apprezzate. Il suo è un James Bond ironico e raffinato. Così i primi film sono un vero e proprio crack per lo spettatore che vede nell’agente segreto il buono che combatte i cattivi, riuscendo nell’impresa e conquistando anche i favori di innumerevoli donne che incontra lungo il cammino (le “Bond-girls”). Il tutto ben amalgamato con un ritmo incalzante e con gadget innovativi per l’epoca (basti pensare a tutti i prototipi che gli consegna Q). Ma la vere trovate sono la sequenza iniziale del film, con la mitica “Gunbarrel” (sequenza di apertura, con la camminata e lo sparo visti tramite una canna di fucile) e lo sdoganamento del Martini cocktail, con Bond che eleva il bere a vera e propria arte (‹Shaken, not stirred›).

Nel mezzo dei film con Sean Connery trova anche spazio il modello e attore George Lazenby, che è protagonista di una delle migliori pellicole su Bond. Ma è anche uno 007 particolarmente sessista e attaccato dal pubblico femminista e per questo all’apice della fama lo stesso Connery si ritira dalle scene e lascia il posto a Roger Moore.

Il secondo Agente segreto continua lungo le orme del predecessore e anzi ne ingigantisce ancor di più il lato ironico quasi all’estremo del grottesco, facendo diventare il personaggio sempre più un eroe da fumetti e facendogli perdere di realismo.

Successivamente si alternano poi sul grande schermo Timothy Dalton e Pierce Brosnan che, complice anche la scarsa vena della regia e la trama ripetitiva e fiacca, rendono il film un semplice “B-Movie”, in cui il ruolo del protagonista è stereotipato e senza possibilità di libera interpretazione, vincolato da una sceneggiatura già scritta.

La svolta si ha però nel 2006 con Daniel Craig, che riporta il ruolo dello 007 in linea con standard che non si vedevano dai tempi delle prime pellicole, merito anche della regia, di nuovo in mani a grandi nomi come Sam Mendes. Ma il nuovo agente segreto è diverso, radicalmente cambiato rispetto a prima e destinato a non essere più come i precedenti. Se infatti il Bond di Sean Connery era sicuro ed aveva sempre sotto controllo la situazione, in un’epoca (gli anni ’60, in cui c’era una totale fiducia nel capitalismo e si credeva all’Occidente come al Bene contro i nemici), ora la situazione è cambiata completamente e il nuovo eroe è totalmente diverso, merito anche dei tempi che cambiano, mostrandoci una versione molto più fragile e insicura, in un universo in cui il nostro eroe non sa più chi siano i veri nemici da combattere. È poi emblematico come anche dal punto di vista fisico ci sia un netto distacco dalla figura magra ed esile del passato che lascia spazio con Craig ad una molto più muscolosa.

Ma il nostro eroe è tutto questo e molto di più. Il penultimo film Skyfall ne ha messo in luce un personaggio ancora più enigmatico e difficile da codificare secondo i canoni normali. Campione d’incassi al botteghino, il film è stato apprezzato, criticato, osannato, contestato. Cosa più importante ha messo in luce il senso del Bond moderno: un uomo che non è più un eroe classico, pieno insicurezze, una persona come noi in cui riconoscersi, in grado di provare, sbagliare, ritentare, fallire di nuovo, rialzarsi, resistere, perdurare e migliorarsi ogni volta, come ben testimoniato dal finale di Skyfall stesso (‹So 007, are you ready to get back to work? With pleasure, M, with pleasure›).

A cura di Marco Franchi

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