BASILICOMILANO

755

A cura di Alessia Chiarenza

“Questa città mi appartiene e io appartengo a lei”     Gabriele Basilico

L’uomo e la città, l’uomo e gli spazi della sua città, sono questi gli interrogativi che accompagnano gli scatti della Milano di Gabriele Basilico (Milano,1944-Milano,2013) in BasilicoMilano, a cura di Giovanna Calvenzi, editore Contrasto. La raccolta fotografica, presentata nell’ultima giornata di Bookcity Milano presso il Castello Sforzesco, è  un alternarsi di scatti e riflessioni di scrittori, alcuni dei quali, Mario Calabresi, Gustavo Pietropolli Charmet e Marco Belpoliti, erano presenti all’incontro. Non gli è stato chiesto  solo cosa fosse per loro   la città di Milano ma anche quale fosse la Milano raccontata dall’obiettivo di Basilico.

Come può una città appartenere ai suoi abitanti? Noi che non siamo altro che  “frammenti fluttuanti in un immenso corpo”, come sosteneva il fotografo? Se l’idea del fluttuare richiama alla mente di molti l’odierno modus vivendi del milanese DOC, in balia di maree umane tra linee metropolitane sempre intasate e l’incessante pellegrinaggio ad Expo, ciò che colpisce è il concetto d’immenso, che non esprime  un giudizio critico-artistico, ma allude alla fotografia di Basilico, caratterizzata da immensi spazi e sovrumani silenzi.

Marco Belpoliti sottolinea che Basilico crea una fotografia di svuotamento. Non ci sono uomini, ne’  automobili; la città è vista per ciò che è ovvero un complesso architettonico, con i suoi incroci, i suoi semafori, i cantieri, le industrie, i palazzi nobiliari. Basilico è costantemente alla ricerca della giusta angolazione, indaga la perfetta prospettiva tanto quanto faceva Brunelleschi con le sue tavolette. Dalla pellicola Milano emerge come una perfetta scenografia del mondo-teatro. Si parla di vuoto ma non di desolazione. Calabresi, infatti, precisa che la fotografia è priva di retorica: non c’è patetismo ne’ nostalgia; l’immagine non è fredda ne’ triste anzi vi è una certa familiarità con quei mattoni, con quel pavè o con quella stazione dei treni. È un  legame  non solo del  milanese, che riconosce con un sorrisetto orgoglioso le vie percorse ogni giorno fin da bambino, ma anche dell’outlander,  giunto nella grande metropoli per lavorare, più terrorizzato che mai, proprio come sostiene Pietropolli Charmet. Familiarità è la casa, è il lavoro, è il percorso che si fa ogni sera stanchi uscendo dall’ufficio.  Basilico fotografa le grandi fabbriche, i cantieri, le case dei quartieri nuovi e vecchi. Il quotidiano si eleva ad arte. La fotografia di Basilico è una dichiarazione d’amore alla sua città, contenuta, senza enfatiche manifestazioni d’affetto, un atteggiamento insomma tipicamente milanese.

Commenti su Facebook