Tutti avranno sentito nominare almeno una volta Banksy. Questo è il nome dello lo street artist che, per la sua grande capacità di rimanere nell’anonimato in un’era dove l’identità è svenduta ai social network, ha reso Batman, Spider-Man e tutti i supereroi dal volto coperto dei principianti.
E proprio di lui ci parla il documentario Banksy Does New York del 2014 disponibile ora su Netflix, diretto da Chris Moukarbel e distribuito in Italia da Wanted.

Ultimamente il suo rimanere nell’ombra, nonostante l’iconico utilizzo di un passamontagna, ha vacillato per varie supposizioni e gaffe che sono state fatte.
Nel marzo 2016 gli scienziati dell’Università Queen Mary di Londra avevano affermato di aver scoperto la vera identità di Banksy attraverso una tecnica di localizzazione geografica usata nella lotta al terrorismo: si tratterebbe di Robin Gunningham, artista inglese di 42 anni.
Lo scorso giugno invece, è uscita la notizia secondo cui il famoso artista di strada sarebbe stato svelato da Goldie, il produttore dei Massive Attack. Interrogato dal conduttore di una trasmissione sulla mercificazione dell’arte di Banksy, Goldie ha risposto: “Non per mancare di rispetto a Robert, che è un grande artista…”.
Si è cercato subito di glissare l’argomento ma ovviamente il web non rimane indifferente e non perdona. Si sono, infatti, scatenate tutte le congetture (già in circolo dal 2016) per cui l’artista mascherato non sarebbe nient’altro meno che Robert Del Naja, fondatore e anima dei Massive Attack.

banksy robert massive attack

UNA FAMA CHE CRESCE OGNI GIORNO

Nel documentario, ci si sofferma sull’impatto che questo artista ha avuto nel momento della sua fuoruscita nel mondo. Sappiamo che è inglese e indubbia è la sua capacità di distinguere la sua arte da quella degli altri artisti di strada, sottolineando molto anche le implicazioni politiche e sociali delle sue opere.

Banksy ha consolidato la sua fama oltreoceano realizzando per le strade di New York “Better Out Than In”: un progetto che prevede un pezzo unico ogni giorno per un mese a partire dal 1 ottobre del 2013.
Banksy does New York è composto da interviste, video e contributi realizzati proprio in quei giorni e che mostrano le reazioni delle persone e dei vari mezzi di comunicazione.
La prima opera realizzata si trovava a Lower East Side e si prende gioco del divieto di realizzare graffiti.

Dal Queens a Staten Island, da Bushwick al Lower East Side, ogni opera era anticipata, giorno per giorno, dall’artista sul suo account Instagram e sul suo sito creando una vera e propria caccia al tesoro sia online che on the road.
L’adrenalina per la caccia all’opera, inoltre, aumentava quotidianamente proprio per l’incertezza relativa alla possibilità che l’opera fosse stata rimossa o rovinata prima dell’arrivo dei fan.
La grande influenza che ebbe Banksy a NY fu testimoniata anche dal fatto di aver richiamato l’attenzione del sindaco Bloomberg, che aveva dichiarato l’intervento dell’artista deturpatore di proprietà pubbliche e chiesto alla polizia di intervenire.

IL ROBIN HOOD DEI GRANDI IDEALI

Tutte le opere di Banksy sono state realizzate in nome dei derelitti e dei grandi ideali: piccole poesie artistiche dalle sfumature politiche e sociali, ad esempio i salari nei fast food, la crudeltà sugli animali nell’industria della carne, le vittime civili in Iraq. Si tratta di un’arte che diventa la voce della gente, è un’arte semplice, diretta e comprensibile e, proprio per questo, le persone la sentono rappresentativa di sé. Un artista trasversale a tutti gli strati sociali e capace di coinvolgere anche generazioni diverse.
Come lo stesso artista ha affermato: «È la prima volta che il mondo dell’arte, finora essenzialmente borghese, appartiene al popolo. Abbiamo bisogno che sia questo a valere».

A cura di Stefania Fausto

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