#Backstage: oltre il viaggio con Luca Radaelli

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A cura di Claudia Tanzi

Incontro Luca Radaelli al Teatro Libero, un’ora prima dell’inizio dell’ultima replica del suo In capo al mondo: in viaggio con Walter Bonatti. Indossa i pantaloni di lino e quella camicia bianca troppo grande che sono gli abiti di scena, eppure ho l’impressione che non sarebbe troppo diverso se anche portasse i suoi vestiti abituali: è il paradosso della gente di teatro, si occupa della finzione per eccellenza ma nella vita è spesso l’attrice più vera. Con l’accompagnamento delle note della chitarra che si prepara all’ultima entrata in scena (e pregando di non stare registrando soltanto quella), dalla penombra della prima fila di poltroncine inizia un altro tipo di viaggio, alla scoperta di cosa accade dietro il palco.

Dunque, andiamo con ordine: come è iniziato tutto?

Ho iniziato ad accostarmi al teatro fin dal liceo, con le prime esperienze di laboratori. All’epoca infatti, per 7/8 anni, la città di Lecco era stata attraversata da personaggi di fama mondiale dei quali venivano organizzati spettacoli collegati a laboratori frequentati da giovani e giovanissimi e tutto questo mi ha dato un imprinting molto forte.

Ho poi intrapreso il corso di laurea in Lingue e letterature straniere, un po’ per esclusione, come spesso si fa, portando avanti parallelamente la passione teatrale e arrivando alla scoperta di tutto quel mondo che andava dal terzo teatro di Grotowski (con il quale pure avevo fatto delle esperienze) fino a giungere alla tesi su Peter Brook, che mi sembrava un approdo più “teatrale”, più legato alla letteratura ed in particolare a Shakespeare che mi affascinava molto. Questa cosa mi è rimasta nel tempo, tant’è che un anno e mezzo fa ho coronato il mio sogno di fare una regia del Sogno di una notte di mezza estate, per la quale ho in parte riutilizzato proprio i materiali della tesi.

Dalla teoria alla pratica quindi, come è avvenuto questo passaggio e cosa le è rimasto delle prime esperienze con personalità che sono poi divenute vere e proprie istituzione nel panorama teatrale mondiale?

Sono passato da un’idea più registica e drammaturgica del teatro attraverso letture e recital prima e spettacoli di narrazione con anche altri attori in scena poi, per giungere infine a questo che è il mio terzo monologo.

Di Barba e Grotowski mi piaceva molto la concezione transnazionale, antropologica e transculturale del teatro, che richiedeva però una commistione eccessiva tra vita artistica e privata, come se ci fosse un valore nel fare teatro che andava oltre il teatro stesso, e che sicuramente esiste, ma che mi sembrava troppo totalizzante. Le compagnie storiche del terzo teatro erano molto chiuse e richiedevano una scelta di vita quasi da “comune”, con una sorta di afflato mistico da parte del regista-demiurgo che imponeva un rigore e una disciplina da parte degli attori che non nego debbano esserci, ma con una maggiore libertà. Quello con i miei compagni di viaggio è un rapporto basato sulla reciproca scelta, sulla base di un apprezzamento e di una stima reciproci.

La compagnia Teatro Invito nasce ufficialmente nel 1986, come siete giunti alla sua costituzione e quali ideali vi sono alla base?

A dire il vero come compagnia informale ci eravamo riuniti già alla fine degli anni ‘70, scegliendo di darci al professionismo dopo l’università. Nell’86 abbiamo deciso di costituirci come compagnia riconosciuta, con personalità giuridica, come cooperativa prima e come associazione poi. A quel tempo era difficile disgiungere la passione teatrale da quelle politica e sociologica, si andava a fare teatro nelle fabbriche, teatro di strada, c’era l’idea che il teatro potesse andare incontro alla gente, che l’arte contribuisse a modificare in meglio la società. Cosa che comunque avviene, solo non in modo diretto, ma instillando dubbi, domande o anche semplicemente il gusto di “fare le cose come si deve”, come direbbe Bonatti, che è una delle cose più rivoluzionarie che esistano.

Ancora oggi a noi piace l’idea di fare teatro in ambienti diversi e non convenzionali, nei parchi, nei ristoranti, nei musei, nelle ville.

La sceneggiatura di In capo al mondo si focalizza molto sulla vicenda del K2: non pensa che la scelta contraria di dare minor spazio ad una storia che è oramai divenuta un vero e proprio “caso” andando ad identificarsi nell’immaginario comune con la figura stessa di Bonatti avrebbe invece reso più giustizia alla sua memoria?

Ho scelto di impostare in questo modo la sceneggiatura sia perchè la vicenda del K2 è molto forte dal punto di vista narrativo, sia perchè, soprattutto, mi permetteva di sviluppare un ragionamento che mi sembrava centrale nella drammaturgia, che è quello sulla giustizia. Senza di questo si sarebbe trattato soltanto di una semplice agiografia dell’eroe, che tuttavia avrebbe avuto senso solo se unita all’altra parte, non sarebbe cioè stata sufficiente per una narrazione che volesse andare in profondità, che volesse capire cosa spinge un uomo ad arrampicare: che poi è ciò che accade dentro e che fa sì che per 54 anni si lotti per uno sgarro ricevuto finchè non lo si abbia raddrizzato, con la convinzione che le cose vadano fatte in un certo modo.

Abbiamo iniziato dal passato e concludiamo con il futuro, quali progetti vi riserva?

Il futuro più prossimo è rappresentato da un altro monologo, Macbeth banquet (in scena al Teatro Libero dall’1 al 7 marzo 2016, ndr), mentre a breve dovremmo ricevere la conferma per la Tempesta, un progetto analogo a quello del Sogno che va a chiudere la stagione del quattrocentenario dalla morte di Shakespeare. Si tratta di una coproduzione di quattro festival estivi della zona della Brianza che consente il lusso di mettere in scena uno spettacolo con tredici attori, aperto e itinerante, una cosa che ormai non fa più nessuno a causa dei costi elevati. Ciò è stato possibile grazie alle condizioni economiche vantaggiose cui hanno acconsentito di lavorare gli attori e al numero di repliche (almeno sei), ma anche e soprattutto perchè ci siamo tutti appassionati al progetto impegnandoci a fondo per realizzarlo.

Con quasi 40 anni di esperienza alle (e sulle) spalle, cosa pensa del teatro d’oggi?

Un grande problema del teatro di oggi è la trascuratezza proprio di chi fa teatro nei confronti del pubblico: ci si rivolge a chi è già spettatore, che però non basta a riempire tutte le sale. Nessuno va davvero a cercare il pubblico che a teatro non va, e questo è il pregio di questo spettacolo: che attira amanti della montagna, dell’avventura, persone che magari normalmente a teatro non andrebbero. Questo a me piace, sarà un retaggio degli anni che furono, ma amo avere a che fare con gente diversa. Perchè amo Shakespeare? Perchè unisce tutto questo: registro basso ad alto, tragico a comico, volgare e sublime.

Fare promozione è oggi un po’ giocoforza: bisogna occuparsi di storie che riguardano molti, non solo quelli che vivono nella torre d’avorio della cultura, ma questo sempre e soltanto instillando dubbi, senza la pretesa di dare risposte.

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