#Backstage: Attore sì ma… Da grande, cosa vorresti fare?

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“Al teatro che esiste oggi manca il carattere di avvenimento. Andando a teatro vediamo solo ciò che sta avvenendo sul palcoscenico. A me non basta”. Lo diceva Luca Ronconi ma è quanto mi porto a casa, infine, anche dall’incontro con Marco De Bella e Paola Senatore, giovani attori che provengono proprio da quel Centro Teatrale Santa Cristina che il grande regista ha voluto fondare con Roberta Carlotto tra il silenzio dei colli umbri.

Manca poco all’inizio della penultima replica di Una casa di bambola, spettacolo in cui interpretano rispettivamente i ruoli del fattorino e della cameriera: due personaggi marginali nel testo di Ibsen, che la regista Shammah ha scelto di sviluppare perché fungessero da sorta di contraltare per l’intricata rete di relazioni attraverso la quale l’intera trama si dipana. La prova silenziosa che un’alternativa ai complicati rapporti della classe borghese è possibile, laddove le macchinazioni subdole cedano il posto ad un bacio rubato dietro un albero di Natale.

Per Marco l’avvenimento è quella cosa meravigliosa che la Nora di Ibsen tanto a lungo attende, ma che non sempre accade. Per lui si è concretizzato nell’opportunità di prendere parte a questo progetto di regia: “sul diploma della Scuola di Teatro Cometa, dove mi sono diplomato poco più di un anno fa, stava scritto che, almeno su carta, ero un attore, ma è questo il mio primo vero spettacolo ed è davvero un’immensa fortuna quella di poter essere qui a condividere l’esperienza di Filippo, Marina e Mariella. Vivo ogni giorno come un viaggio, perché quando ci si sposta, indipendentemente da ciò che si fa, nell’incontrare una novità questa diventa esperienza di vita e può solo arricchire”.

Paola si è avvicinata al teatro fin dal liceo, proseguendo nello studio del mimo corporeo a Napoli prima, e diplomandosi presso l’Accademia Silvio D’Amico a Roma poi. Parla del teatro come di una scommessa, “una scommessa che va in scena e si gioca ogni sera: si vince o si perde ma non è mai uguale a sé stessa, e proprio in questo sta il bello. Nel mio percorso ho incontrato tante persone e maestri che avevano punti di vista sul teatro anche diametralmente opposti tra loro, ma alla fine tutti si risolvevano nella stessa idea di fondo: la coscienza che l’attore, al di là del metodo e della tecnica, deve avere un’urgenza di parlare, la necessità e la sincerità di essere lì, presente. È la linfa vitale che si esprime nel recitare la cosa più difficile da trovare e che io vedo come un miraggio che a volte mi sembra di toccare, talvolta sfiorare, altre volte avverto del tutto assente. Anche se il mio personaggio è piccolo posso giocare ogni giorno a guardare diversamente alla casa in cui mi trovo: è una strategia che il pubblico non vede ma che mi serve per dar vita ogni volta di nuovo al mio personaggio, altrimenti una cosa fatta una volta dovrebbe morire, mentre il teatro è una continua ricerca. Giusto pochi giorni fa, durante le prove, Andrée mi ha detto «Questo è stato il primo momento in cui c’eri e non facevi»”.

Un’esperienza più che positiva dunque…

P: Dopo due mesi nel “deserto” di Santa Cristina, un’esperienza umana e professionale molto forte, Una casa di bambola ha significato prima di tutto un cambiamento, di città e quindi di ambiente teatrale. Il Teatro Franco Parenti rappresenta un un vero e proprio centro della cultura, un punto di incontro tra idee diverse, che entrano in dialogo tra loro nella massima libertà di espressione. Il primo mese e mezzo di questo percorso si è risolto tutto nell’analisi del testo, in un confronto continuo tra traduzioni per risalire all’origine del suo significato, alla sua interpretazione pura, senza le sovrastrutture imposte dalle interpretazioni successive. In questo la figura di Andrée è stata fondamentale, perché ha la grande capacità di leggere cosa un testo significa, di capire cosa lei per prima vuole raccontare e metterlo poi in pratica. È stato l’incontro con un testo enorme e con una grande donna e regista, dal quale mi porto a casa la consapevolezza che è fondamentale non perdere mai di vista ciò che si racconta, al di là delle forme esteriori o della volontà di “fare una cosa fatta bene”.

M: In questo lei è stata quasi martellante, nel chiedere continuamente «Cosa stiamo raccontando?». Sembra una banalità ma l’immensità di questa materia scritta, quale solo un grande classico può essere, si rivela di una difficoltà enorme perché riconduce sempre non a te stesso, ma al motivo per cui ci si è riuniti attorno ad un tavolo. Il tutto rimanendo completamente fedele al testo, nell’obiettivo ambiziosissimo di non tagliare nulla.

Oltre ciò che avviene sul palcoscenico dunque, il teatro dà risposta ad un bisogno più profondo. Ma come si presenta il panorama teatrale italiano attuale a due giovani attori agli esordi?

M: Durante una recente conferenza stampa qui al Parenti Fabrizio Gifuni disse che “è ottuso non rendersi consapevoli che viviamo un momento in cui una determinata tradizione non esiste più”. Siamo in un periodo di transizione e non bisogna sottovalutare la velocità e la modalità di questo cambiamento se ne vogliamo far parte. Giusto nell’ingresso c’è una parete ricoperta di locandine di vecchi spettacoli: la prima volta che la vidi rimasi a bocca aperta e ancora adesso, a passarci di fronte ogni giorno, continua a fare una certa impressione e ad essere commovente allo stesso tempo. Mi ricorda quale onore è per me essere qui.

P: A me quella parete ricorda la vastità di ciò che è stato fatto, che rimanda a quanto, quindi,  è ancora possibile fare. Oggi la forza del teatro sta nei gruppi di giovani che vanno avanti nonostante le difficoltà senza piangersi addosso, compagnie che anche il Franco Parenti contribuisce a promuovere. Questo teatro ne è un esempio, è nato allo stesso modo, da una forte volontà di fondo, ed ora è enorme. Bisogna unire le forze e agire, cercare vie alternative, residenze, associazioni di vita breve funzionali alla realizzazione anche solo di singoli progetti, così come altri hanno fatto prima di noi. Bisogna avere avere la forza di raccontare una storia perché questo è urgente per noi, e le cose nonostante le difficoltà, forse più lentamente, ma si possono fare.

a cura di Claudia Tanzi

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