Audace e sublime è il Mephisto di Micheletti

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A cura di Nicolò Valandro

“Audace e Sublime” recitava la pubblicità di un qualche nuovo dolcetto industriale. Stavo facendo colazione in una pasticceria poco distante dal mio appartamento mentre cercavo di mettere ordine tra le idee; avevo bisogno di un attacco potente per questa recensione, potente almeno quanto lo spettacolo di Micheletti. Qualcosa che colpisse allo sterno con così tanta forza da farvi scoppiare a ridere dal dolore. Cercavo un effetto ossimorico, per intenderci. Non mi veniva in mente nulla, fino a quando, sul punto di pagare, l’occhio non mi è caduto su questo slogan.  “Audace e sublime” ho ripetuto tra me e me. Inappropriato per delle merendine, ho pensato, ma perfetto per descrivere Mephisto. Avevo finalmente il mio attacco di potenza.

POWA!

 Prendendo in prestito un’espressione dei nostri tempi, non mi vergogno di definire Mephisto uno spettacolo molto POWA!. È POWA! l’impianto luci (a cura di Cesare Agoni), è POWA! la scenografia cangiante ad opera di Csaba Antal, sono POWA! le percussioni di Maurizio Felicina, è POWA! il montaggio delle scene, visionarie e grottesche allo stesso tempo, e soprattutto è POWA! Luca Micheletti. La forza della sua interpretazione sta nel riuscire a dare sostanza e spessore ad un personaggio, quello di Hendrik Höfgen, che di per sé non sarebbe altro che una macchietta, un coacervo di vanità, isteria e inconsistenza. Questo perché Höfgen, alter-ego di Gustaf Gründgens, cognato di Klaus Mann (autore del Mephisto da cui è tratta la pièce), altro non è che un attore di provincia frustrato e velleitario, convinto di essere predestinato ai grandi palchi europei, ma costretto ad esibirsi in cabaret “rivoluzionari” nell’Amburgo weimeriana. La sua fame di riconoscimento e successo lo porterà però a rinunciare (ammesso che vi avesse mai aderito) ai suoi ideali “rivoluzionari” per sposare la causa del Teatro di Stato sotto l’egida di Hermann Göring ed ottenere così la fama tanto agognata. Un personaggio davvero viscido e meschino, non c’è che dire, e Micheletti riesce a farcene percepire tutta la miseria istrionica e a superarla. Il velo di vanità che ricopre Höfgen infatti si strappa in più punti per ricucirsi immediatamente, facendoci però trasparire per una manciata di secondi le inquietudini e le angoscie che lo tormentano. È un dramma che si consuma dietro le quinte, quello di Höfgen, o meglio, nel sottopalco, che diventa metafora della sua coscienza ora illuminata, ora in fiamme, ora agonizzante. E tutto questo ci viene trasmesso senza il minimo accenno di retorica. Nel Mephisto di Micheletti tutto è estremamente leggero, buffonesco, fino quasi al grottesco, nel suo continuo alternarsi di gag slapstick, canto e danze scatenate (merito questo della bravissima Lidia Carew, ballerina e attrice italo-nigeriana, qui nei panni della mistress amante di Höfgen). In questo sta l’essere-POWA! di Mephisto: è una potenza di tono minore ma pervasiva, che sostiene tutto lo spettacolo, senza farlo mai scadere nella pantomima o nello psicodramma didascalico da fine secolo. D’altronde, un’opera che parla del Diavolo, non poteva che essere estremamente rock ‘n’ roll, per quanto tragica.

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Kafka, Brecht e altre metamorfosi

 Non è questo però il primo panegirico che si è meritato Micheletti nella sua carriera. L’attore bresciano ha infatti collezionato negli ultimi anni plausi e ovazioni in tutto il Paese per la sua interpretazione in La resistibile ascesa di Arturo Ui di Brecht, che gli è valsa il Premio Ubu e il Premio della Critica nel 2011, e per La metamorfosi di Kafka, con Laura Curino e Dario Cantarelli. Non è nemmeno un caso che sia stato il Franco Parenti ad ospitare questa produzione del Teatro Stabile di Brescia, dato che proprio agli inizi della stagione il Parenti si è lanciato in una lunga rassegna brecthiana. Eppure il Mephisto di Micheletti, sebbene prosegua lo studio sulle metamorfosi dell’umano, è un’opera dal sapore brecthiano con al centro un protagonista che è l’Anti-Brecht. Il richiamo al cabaret rivoluzionario infatti è un esplicito riferimento alle sperimentazioni teatrali tedesche che in quegli anni avevano come obbiettivo la demolizione della borghesia e della sua ipocrisia, nonché la messa in ridicolo della propaganda nazista e del suo strillare. Un’esperienza che segnò profondamente lo sviluppo del teatro tedesco nel dopoguerra. Micheletti prende questa esperienza e ce la racconta attraverso il più velleitario dei velleitari, il suo Höfgen per l’appunto, artista engagé part-time, di sinistra col bel tempo, filo-nazista all’occasione. È chiaro che questo tipo di congegno narrativo non può che far esplodere la satira dal di dentro, diventando satira-della-satira, che non ha di certo come l’obbiettivo la difesa del nazismo, ma la messa in discussione degli strumenti critici utilizzati dalla satira stessa. Il protagonista di Mephisto diventa così il carattere ideale per rappresentare la crisi del teatro contemporaneo, diviso tra la ricerca di una –guardia a cui fare da avant- e le manie restauratrici dei conservatori. Questo spiega perché lo spettacolo sia una performance a 360° che spazia dal teatro di parola al teatro fisico, dal cabaret alla tragedia shakespeariana. Uno spazio metamorfico e cangiante, dunque, così come lo sono i personaggi che lo popolano. Lotte (la bravissima Federica Fracassi), attricetta ebrea infatuata di Höfgen, si trasforma ad esempio in una solidale collaboratrice della Kulturkampf nazista, così come Miklas passa da essere un sostenitore del nazismo a suo oppositore. Nel caso di Göring, sarebbe più opportuno parlare di trasfigurazione: se all’inizio ci appare come l’inquietante responsabile della propaganda nazista, alla fine dello spettacolo finisce per personificare il Male Assoluto. L’unico che paradossalmente non sembra mutare è Höfgen. Uno come lui in effetti può mutare solo esteriormente, essendo privo di sostanza. È solo quando scopre di possedere una coscienza che la sua vacuità resta tradita: il successo, la merce di scambio con cui Göring/Mephisto ottiene il suo consenso, non lo ripaga per la perdita di tutto ciò che dava un minimo di consistenza alla sua persona e così la sua libertà si disperde nella fluidità generata dal Potere, il quale può così incanalarla a suo piacimento per poter affermare se stesso all’infinito sopra tutto e tutti. Non a caso il diaframma di questa metamorfosi è l’avvento del Nazismo. Il messaggio è chiaro: il Potere non perdona. Per questo Mephisto, nonostante le risate che ci suscita, non è altro che la storia di dannazione.

SPETTACOLI BRESCIA CENTRO TEATRALE BRESCIANO MEPHISTO RITRATTO D'ARTISTA COME ANGELO CADUTO NELLA FOTO SCENA 03/11/2015 REPORTER FAVRETTO
SPETTACOLI BRESCIA CENTRO TEATRALE BRESCIANO MEPHISTO RITRATTO D’ARTISTA COME ANGELO CADUTO NELLA FOTO SCENA 03/11/2015 REPORTER FAVRETTO

Audace e sublime, dicevamo

Si potrebbe parlare ancora a lungo di Mephisto, ad esempio dei suoi riferimenti letterari, che spaziano da Goethe a Bulgakov, da Mann al Birdman di Iñárritu, o dei suoi costumi favolosi o delle atmosfere oniriche che suscita, ma ne risulterebbe solo il tentativo piuttosto insoddisfacente di voler trasmettere l’energia di uno spettacolo che si dà tutto nell’impatto immediato, come un pugno ben assestato o un bacio senza indugi. All’inizio l’ho definito “Audace e Sublime”. Direi che è il giudizio più preciso che si possa dare, con buona pace della mia modestia che ora riposa in verdi prati lontani da qui. È uno spettacolo audace, perché mette al centro dello stesso mondo teatrale la problematica del rapporto tra Potere e Artista, dove il rischio per quest’ultimo è sempre quello di disperdersi, anche quando si proclama “rivoluzionario” o “d’avanguardia”. Quella di incidere sulla realtà è un’urgenza fisiologica per il teatro e ad esso connaturata, e Micheletti rimette la palla al centro campo, come ricorda in un’intervista apparsa su Krapp’s Last Post, a pochi giorni dalla strage di Parigi:

Fin dalla sera dopo molte battute dello spettacolo suonavano diversamente, per noi stessi e per il pubblico: una vibrazione di responsabilità, al di là di ogni retorica, palpabile, che corre tra scena e platea. Andare in scena con questo lavoro, ora, per tutti noi, dona senso al ruolo dell’attore come operatore e custode di civiltà”.

Ma perché l’arte possa essere incisiva ha bisogno di essere efficace. Ed ecco allora che Mephisto si rivela sublime, perché, senza ricorrere alla retorica di un certo tipo di teatro oggi quanto mai sterile, riesce ad incarnare fisicamente gli elementi di cui tratta facendoli esplodere sul palco, con una vivacità ed un’energia uniche, pirotecniche. Ne emerge un teatro d’impatto non privo di una sua delicatezza, capace di imprimere con l’urto della sua stessa forza il messaggio che vuole comunicare, concedendo allo stesso tempo ampio spazio di approfondimento, tanto che si potrebbe parlare per ore di Mephisto, senza esaurirne un solo minuto. È un teatro che, come dice lo stesso Micheletti, “vive di amore per il teatro, tutto il teatro, purché vivo”. E forse era quello di cui avevamo bisogno.

 

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