Arte, potere, libertà, e ironia, sono queste le parole chiave di Atti osceni, che tengono incollato lo spettatore nella rappresentazione di una vicenda che ci può apparire surreale (e sfortunatamente così non è) distante da noi più di un secolo, nel 1895 con esattezza.

Atti osceni è un dramma in due atti scritto da Moises Kaufman, che racconta i tre processi che vedono coinvolto Oscar Wilde, interpretato da un abile Giovanni Franzoni, per la regia di Bruni e Frongia. Originale il modo in cui viene narrata, analizzata e spettacolarizzata una vicenda che segnò la morte civile e artistica del dandy per eccellenza. Gli attori si rivolgono al pubblico che, come se quest’ultimo fosse la corte stessa che sentenziò Wilde, viene più volte interpellato per dar vita a quella funzione sociale e civile che contraddistingue il teatro epico brechtiano.

Il sipario si apre, palcoscenico spoglio, alcune sedie, tre sbarre che ricreano l’ambientazione: un tribunale. In scena il processo che vede coinvolto il marchese di Queensberry (un grandissimo Ciro Masella) trascinato in tribunale dallo stesso Wilde, e indotto dall’amante Lord Alfred Douglas (figlio del marchese), per avergli fatto recapitare un oltraggioso biglietto accusandolo di atteggiarsi a sodomita. Durante l’udienza emergono però alcune singolarità del poeta per nulla gradite, che potrebbero valergli un’accusa per “sodomia”. A incastrare ulteriormente Wilde, un aforisma pubblicato su un giornaletto studentesco di Oxford: “amore che non osa pronunciare il proprio nome”; un amore che vi fu tra Davide e Gionata, che si ritrova nei sonetti di Michelangelo e Shakespeare, e che lo stesso Platone lo mise alla base delle sue filosofie, ma poco importa perché definito illecito, innaturale, osceno, impronunciabile. L’amore per un altro uomo.

Atti osceni è la storia di un intellettuale ma anche di un uomo con i suoi ideali e i principi, con le proprie pulsioni e con la propria carnalità. È anche il racconto di una gogna pubblica e un’agonia individuale, di un conflitto, tra società ed individuo, morale pubblica e realizzazione individuale, ossessione per il decoro e amor proprio.

E lo fa senza scadere nella retorica o nel sentimentalismo. Lo spettacolo infatti lascia il giudizio al pubblico, giuria chiamata ad esprimersi sul caso, dichiarando l’imputato colpevole o non colpevole di aver, semplicemente, realizzato sé stesso.

Nota a margine: Gli attori sono eccezionali e mostrano una compagnia affiatata ed energica – Giovanni Franzoni, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Riccardo Buffonini, Giuseppe Lanino, Edoardo Chiabolotti, Giusto Cucchiarini, Ludovico D’Agostino e Filippo Quezel; gli ultimi quattro under 30.

A cura di Irma Ticozzelli

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