ASTOLFO NEL PAESE DEI COPPOLONI

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A Cura di Alfonso Napoli

«Che cosa ero venuto a fare qui? Si viene a scontare una pena che infligge la Storia, e si finisce in una storia in cui il tempo non scorre. Dove le cose restano ferme, sotto le lancette della Relogia.»

È una sfida al tempo e alla Storia Il paese dei coppoloni di Vinicio Capossela: la memoria del narratore errante tenta di supplire alle immobili lancette della Relogia (le stesse dell’orologio su sfondo azzurro dell’immagine di copertina?) nella scansione dei giorni e delle notti, mentre i ricordi della pluralità di voci che l’affiancano lungo il racconto s’immergono in abissi nei quali non sempre è possibile distinguere il confine tra la vita ed il già vissuto. D’altronde «il tempo non si è mai sposato, perciò fa quello che vuole»; come una vecchia zitella si mostrerà inizialmente ostile, pieno di rancore e rimorsi; tuttavia assecondarlo è l’unico modo per accedere al patrimonio di storie cui fa da contenitore. Al lettore l’arduo compito di districarsi tra presenze e assenze, tra verità e immaginazione.

Ma chi sono i coppoloni cui si allude nel titolo? «Gente da macello. Gente all’avventura. Gente senza istruzione. Gente da battaglia.» I cristiani – nella terminologia che evoca volutamente il Cristo s’è fermato a Eboli di Carlo Levi – della vallata dell’Ofato abitano uno spicchio di Mezzogiorno in cui rivive l’Irpinia di Capossela con le sue contraddizioni e le sue sofferenze. Il narratore è costantemente in viaggio in una geografia ostile e difficile da ricostruire (nonostante l’ampia descrizione che ne viene data nei primi capitoli). Si tratta di un nostos alla scoperta delle proprie radici, sebbene il suolo sia spesso scosceso, friabile e disseminato di macerie, le stesse del terremoto che nell’Ottanta ha marchiato questi luoghi.

 «[…] venne così la morte, in forma domestica, casa per casa. Si disfece il monte. Si aprì la frana. Si spaccò la vena. […] Niente rimase più al posto suo. Era una fine del mondo, e un mondo finì.»

Scorrendone le pagine si acquista a poco a poco la consapevolezza che sia il racconto il vero protagonista del romanzo: la parola diventa corale, il ritmo formulare, il tono epico. Aedi arsi dal sole, ciechi e non, affidano al narratore «canti che seguono rotte antiche, e vagano il mondo pure loro.» Inutile provare ad arrestarli, come greggi trascinano il pastore, che pure è convinto di esserne il padrone. Dal cuore della terra riemergono allora i resti di un passato mitico, sopravvissuto alla Storia nella concretezza degli epiteti («Scatozza domatore di camion»), nei patronimici e negli stortonomi (soprannomi legati a particolari qualità o ereditari) dei personaggi che un novello Omero celebra in una lingua «infangata con la terra delle origini».

La lettura infatti non sempre è scorrevole: lessico e sintassi vengono costantemente minacciati da influssi dialettali. Un dialetto che deriva dall’osco e dal latino e si mescola al greco, all’ispanico, al francese e all’inglese, agli idiomi, insomma, di chi ha imposto nel tempo lingua e tassazioni. Non bisogna aspettare, dunque, l’utile prontuario glottologico con cui si chiude il romanzo per imbattersi in riflessioni su una lingua «più difficile del tedesco, che almeno per quello ci sono le scuole, ma qui i maestri sono pochi, e se ne vanno a uno a uno» (come quando si disserta sulle funzioni della erre seguita da apostrofo più o meno equivalente alla preposizione di).

Sebbene siano gli abitanti di queste regioni a interrogare il narratore – attraverso la triplice formula “Da dove venite? A chi appartenete? Cosa andate cercando?” –, è quest’ultimo, però, a condurre il lettore attraverso un’indagine antropologica su usi e costumi.

Nelle abitudini religiose i coppoloni restano intimamente pagani, legati alle divinità della terra di cui attendono i miracoli; la superstizione scansa la fede nella preghiera, diavoli e santi si confondono nell’iconografia e nel parlare degli uomini («È Canio patrono del paese. Che qui molti sono i patroni e ognuno ha il suo campo in cui è venerato. E qualcuno ha l’aureola e qualcuno le corna. E tutti santi non sono.»). Scene di vita collettiva ormai insabbiate dal tempo si sollevano nel vortice del racconto popolando Il paese dei coppoloni: l’uccisione del maiale («come in un’allegoria il porco diventava un cristo, e i cristiani si facevano porci»), i matrimoni in cui la gente collassa come baccalà per i festeggiamenti, i funerali a rimarcare che non sempre è invalicabile il confine tra vita e morte («Ugualmente resta il racconto a tenere insieme i vivi coi morti»).

Coprotagonista accanto al racconto è la musica nelle sue più svariate declinazioni: dalle frequenti onomatopee, che contribuiscono a frammentare ulteriormente il discorso, ai musicanti, le cui sonorità individuali si mescolano nella quatriglia conclusiva, l’orecchio del lettore è rapito per oltre trecento pagine. Leggendolo con attenzione, alla fine si scoprirà che il romanzo di Capossela non può essere ridotto soltanto a una nostalgica mitizzazione d’un passato che bello appare soltanto perché perduto; dalle voci fuori dal coro e da imbarazzanti silenzi s’innalza, infatti, il lamento di chi è rimasto e non ha voluto spostarsi, di chi ha in schifo il mondo e intanto lo invidia, di chi ha sublimato una vanità nell’illusione di imparare, senza però tenere conto che si possa attraversare lo sfascio senza acquisire saggezza, finendo per morire «prima del tempo, molte volte e senza soddisfazioni».

C’è, per concludere, un po’ di Astolfo sia nella ricerca dei Siensi che compie il narratore errante sia nel conclusivo viaggio verso la luna con cui si chiude il romanzo; auguriamo pertanto all’autore di trovarci, se non la vittoria, almeno un posto nella cinquina dello Strega.

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