Assassin’s creed-Requiescat in pace

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Ci risiamo. A cosa? All’ennesima trasposizione cinematografica di un videogame. In effetti era da parecchio che non avveniva un’operazione del genere e forse era anche meglio non avvenisse. Sono pochi gli esempi di ottimi videogiochi che diventano anche ottimi film, per citare qualche esempio: Tomb Raider, Mortal Kombat, peccato però che ci sia un proliferare di pessime pellicole, per par condicio ne cito qualcuna (anche se la lista può virtualmente essere infinita): Max Payne, Hitman, Resident Evil etc etc.

Alla fine però non è un peccato biasimare chi le produce, è solo ed esclusivamente un’operazione di marketing anche se un po’ di buonsenso non guasterebbe. Assassin’s Creed, come avrete capito, fa parte della seconda categoria nonostante il cast da Oscar. Andiamo a vedere perché. Ennesimo tassello, questo film, di una trama andata perduta man mano che la saga andava avanti, ad oggi contiamo nove capitoli principali e nove spin-off.

Totale: 17, DICIASSETTE! Anni complessivi di longevità (che ancora non è terminata) della saga? Nove, quasi dieci. Incredibile. Eppure quando uscì nel 2007, nonostante prendesse in prestito un po’ di qua e di là da Prince of Persia, oscurando il ben più famoso Principe di casa Ubisoft, sembrava una serie che avrebbe donato del nuovo con le dovute migliorie al mondo dei videogiochi. Così non è stato, Assassin’s Creed si è perso quasi subito, quando i soldi hanno iniziato a circolare nelle casse: ma suvvia, è così con tutto, meglio sorvolare.

Parliamo del film, non so se sia meglio o peggio. Cast da Oscar, come già accennato: Fassbender, Cotillard, Jeremy Irons. Cinque nomination in tre, due statuette portate a casa rispettivamente dalla Cotillard e da Irons. Niente male. Peccato che il loro talento venga offuscato da un film totalmente privo di sceneggiatura, che quando c’è è misera e confusionaria. Inizio lento, noioso. Callum Lynch (Fassbender) mentre sta per essere giustiziato viene misteriosamente salvato da Sophia (Cotilliard) e Alan (Irons) Rikkin.

Due scienziati della Abstergo, per chi conoscerà la saga sa che si tratta della società che “studia” i ricordi di chi possiede i geni degli assassini. Fassbender è uno di quelli, ovviamente. Arriva in questo posto molto distopico e viene messo subito alla prova sull’animus, sempre per i poco avvezzi al videogame, è il macchinario con il quale si rivivono questi ricordi. In questo capitolo è un aggeggio che tiene Fassbender per la schiena mentre lui è libero di fare piroette e assassinare soldati spagnoli. Spagnoli sì, perché è l’unico discendete di Aguilar, l’ultimo assassino che è riuscito a portare in salvo la Mela dell’Eden: il prezioso frutto sulla quale si reggerà la storia, contenente il codice genetico del libero arbitrio che è in grado di distruggere tutto così come di salvare la popolazione – dipende da chi ne fa uso.

Da qui l’eterna lotta tra Templari e Assassini che ancora oggi si protrae nel mondo creato da Ubisoft. Da sfondo una vicenda familiare che ha colpito Fassbender: la morte della madre per mano del padre, entrambi della setta degli assassini. Detto ciò: il film è un insieme di nulla. Scene nel 2016 dove Fassbender entra nell’animus con dialoghi ridotti ai minimi, scene nella Spagna del XV secolo dove si menano senza soluzione di continuità. Unica nota positiva è che hanno mantenuto la lingua spagnola, tanto non parlano. La regia è assente, o quasi. Non trova mai un proprio stile, è un continuo vortice di inquadrature senza spirito. La CGI ancor di più, e pensare che occupa la maggior parte del film. Fine.

Insomma, una vera e propria delusione. Poteva essere un film promettente che con un cast stellare e un regista niente male (Justin Kurzel, Macbeth) avrebbe potuto brillare di luce propria e forse sarebbe anche riuscito a togliersi di dosso l’etichetta di ennesimo tie-in, che invece ha preferito perdersi come il gioco da cui trae ispirazione. Semplicemente noioso.

Nulla è reale. Tutto è lecito (Purtroppo anche questo film).

A cura di Ennio Cretella

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