Un classico della tradizione teatrale inglese e, proprio perché un classico, capace di rinnovarsi nel tempo e di colpire con la capacità corrosiva di un acido ogni fragile residuo umano di sicurezza.

Cos’è:

È una trama che tutti conoscono, un testo con cui tutti gli studenti prima o poi si dovranno cimentare schiacciati dal peso no-sense delle battute. Beckett non è uno dei drammaturghi più fluidi, i suoi testi se letti sono criptici, omertosi e scomodi, scardinano totalmente la parabola tradizionale della trama che siamo soliti conoscere. Per una ragione molto semplice. Sono dei calchi fedeli della contraddizione e complessità della comunicazione umana, dell’incapacità di stare al mondo perché fondamentalmente un modo per stare al mondo non c’è.

Provate a pensare se qualcuno riprendesse le nostre conversazioni e azioni quotidiane, rischierebbe di annoiarsi a morte o di ridere beffardamente di fronte ad una costante dissipazione di energie. Quel regista che si annoia e ride è Beckett, ma le sue sono risate amare che sentono il rimbombo rumoroso del tempo nel vuoto che creiamo e poi lasciamo.

Com’è:

Il regista, Alessandro Averone, si mantiene fedele alla trama backettiana riportando in scena le due coppie originarie con le medesime dinamiche relazionali. Con altri nomi, Vladimiro ed Estragone si muovono buffamente su una terra desertica che dalla scenografia appare invece più vivace e colorata, seppure si mantiene spoglia ed essenziale. I vestiti dei personaggi sono consumati, così come i loro gesti, diventati una ripetizione macchinosa che non ha più senso, se mai ne hanno conosciuto uno. Poi arrivano anche gli immancabili Pozzo e Lucky che fermentano la scena di qualche risata, accrescendo il quantitativo di grottesco presentatoci fin dall’inizio della pièce. L’inadeguatezza dei personaggi e la caricatura dei loro gesti ce li fa amare fin dall’inizio, tutti, perfino Pozzo, e ci spinge ad ascoltarli attentamente perché sotto il loro tanto agitarsi, sono nascoste le chiavi di lettura del testo che Beckett riveste con cura, traendo lezione dalla vita stessa che sotto il visibile e il comunicabile conserva il vero significato.

Perché vederlo:

Per il suo valore di classico, per la recitazione, praticamente ineccepibile, per la fedeltà al testo che è sempre buona cosa. Tutto ciò con un avvertimento e un rischio da correre: la noia della rappresentazione della vita è dietro l’angolo, ma sicuramente vale la pena provare la noia per vedere un po’ di vita in scena.

Produzione: Associazione cArt
Da Samuel Beckett
Regia: Alessandro Averone
con Marco Quaglia, Gabriele Sabatini, Mauro Santopietro, Antonio Tintis, Francesco Tintis

A cura di Cecilia Angeli

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