#U30: MATTIA CAPELLETTI

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A cura della redazione Vox

Diventare curatore di una mostra a soli 23 anni? Sembra impossibile, visto quanto ristretto e chiuso in sé stesso è il mondo dell’arte in Italia, ma Mattia Capelletti ce l’ha fatta! Questo autunno ha curato la sua prima mostra, quella della coppia di artisti INVERNOMUTO, presso la galleria Marsèlleria a Milano. Originario di Varese e formatosi all’Accademia di Brera, è da sempre interessato all’arte, soprattutto a quella digitale e quella che mischia diversi media. Ma lasciamo che siano le sue parole a descrivere questo personaggio così peculiare e interessante

Perché hai scelto di fare il curatore e non l’artista?
È come chiedere “Perché hai scelto di fare l’ostetrico e non il padre?”. Sono due vocazioni completamente differenti, ma con a cuore la medesima cosa. Detto questo, non voglio alimentare la percezione nazional-popolare dell’artista come genio demiurgo: è una professione anche quella e come tale andrebbe trattata. La curatela però, a differenza della produzione di opere, ha alla base, almeno idealmente, un annullamento parziale dell’ego che scompare dietro l’opera di qualcun altro. Da una parte la selezione e l’allestimento implicano per forza di cose scelte critiche, dall’altra la “visione” del curatore deve avere il coraggio di sottrarsi nei momenti giusti per far vivere in autonomia i lavori: è difficile; ma è proprio la tensione dialogica che è propria della curatela a interessarmi: trasmettere correttamente un messaggio, trovare lo spazio discorsivo più consono per far sì che emerga, far parlare i “segni muti in modo solenne”.

Mattia Capelletti

 Quali sono state le tue influenze?

Alessandro Castiglioni del dipartimento educativo del MAGA di Gallarate e curatore indipendente: un professionista vero, di enorme cultura, di etica inamovibile, capace di sfruttare positivamente lo spazio liminale (tra i grandi sistemi internazionali e i piccoli discorsi di provincia) che è ideale per svolgere questo mestiere al meglio. È stata anche la prima persona a darmi la possibilità concreta di imparare sul campo, con grande generosità.

Cosa ti piace del mondo dell’arte? Cosa invece disprezzi?
Qui il discorso è ancora più inclusivo: è l’unico dove, ad esempio, designer grafici che si occupano di architettura speculativa e politica e realizzano videoclip, libri, abbigliamento e installazioni (Metahaven) possono trovare modo di esprimersi senza limitare la propria pratica all’adesione ad un singolo medium.
I problemi invece sono centinaia e non saprei da dove partire. Dirò quindi uno di quelli che mi spaventa di più: le logiche (e chi ne assicura l’inerzia) che regolano la folle velocità di digestione-espulsione degli artisti da parte di un sistema più grande di loro. Allo stesso tempo, anche l’accettazione acritica da parte degli artisti della ciclica effimerità alla quale sono sottoposti, ed effettivamente la condizione di semi-impossibilità di reagire in cui sono stati messi.

In quello che fai, quanto è importante la formazione?
Non credo che si possa imparare a scuola. Occorre chiaramente un’ottima preparazione nella storia dell’arte, ma soprattutto una certa apertura mentale verso più possibili altri ambiti del sapere. Un problema a livello educativo in Italia è l’assenza di quell’ambiente protetto che cercano di creare altri istituti nel mondo: un ambiente chiuso dove agli artisti e i curatori abbiano la possibilità di sbagliare e riprovare. Certo sono lampanti anche i problemi della perversione di questo sistema (l’impatto troppo forte con l’esterno una volta finito il programma), ma il fatto che in Italia realtà simili non esistono affatto è un problema: gli artisti si ritrovano così a doversi presentare subito in contesti troppo esposti, macchiandosi presto del reato di “essere quello che ha fatto quella mostra di merda” (magari a 19 anni e con una naiveté legittima) e far fatica a recuperare.
Servirebbe una via di mezzo fra la chiusura settaria degli ambienti protetti delle accademie internazionali e la mentalità “Hai voluto la bicicletta” di quelle italiane.

 INVERNOMUTOSecondo te, com’è lo “stato dell’arte” oggi in Italia?

Non proverò nemmeno a simulare comprensione di un sistema artistico complesso come il nostro, nemmeno a livello di contenuti: qualsiasi cosa dicessi risulterebbe di una parzialità vergognosa.

Riguardo ciò di cui ti occupi, che aspettative hai da qui ai prossimi cinque anni?
Mantenermi con un lavoro fisso (quello che ho ora come assistente curatore per una galleria no profit mi sta dando soddisfazioni) rimanendo comunque in questo mondo, per potermi permettere la realizzazione di progetti indipendenti che, come sta succedendo ora, nascono dalla cooperazione e da un dialogo orizzontale con gli artisti. Tendenzialmente non vorrei abbandonare questa linea.

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