Quella in cui mi sono imbattuto quasi per caso in un afoso pomeriggio di inizio giugno a Roma si è rivelata una delle mostre più interessanti che abbia mai visto. Si tratta di “Creature digitali“, mostra organizzata da ArtFutura, che da 26 anni porta avanti l’idea secondo cui oggi l’arte non può più essere considerata separata dalle tecnologie digitali.

Inaugurata a fine aprile dentro lo spazio dell’ex Dogana la mostra si snoda in 6 sale dove vengono esposti 5 artisti e i lavori di Universal Everything, un collettivo britannico.
Si inizia dagli effetti ottici di Paul Friedlander dati dalla manipolazione della luce e dei colori (fu lui che modificando la luce stroboscopica arrivò alla luce cromostrobica, che cambia colore più di 20 volte al secondo) per poi arrivare a un lungo corridoio dedicato a due opere dell’artista turco Can Buyukberber, che attraverso projection mapping, cupole geodetiche, realtà virtuale e software digitali analizza la percezione umana con narrative non lineari e forme geometriche come nella sua “Morphogenesis” (esposta su un pannello di 18 metri di lunghezza). Molto interessante anche la sua “Generative Tissue” opera realizzata con la tecnica Web GL, che permette a chiunque, collegandosi a un sito apposito con il proprio smartphone, di modificare temporaneamente l’opera che si ha di fronte a proprio piacimento.
Passando attraverso “Uncanny“, la raccolta di animazioni assurde e surreali di Esteban Diacono (visibili tranquillamente dal suo profilo Instagram) e la robotica “Organic Arches” di Chico Mc Murtrie e il suo collettivo Amorphic Robot Works si approda alla sala dedicata a Sachiko Kodama. Con la sua opera “Protrude, Flow” il giapponese manipola dei metalli liquidi, i ferrofluidi, che reagiscono a determinati campi magnetici, la cui forza è regolata da un computer. L’effetto visivo è stupefacente: il liquido nero vibra e segue le variazioni della forza magnetica con delle piccole punte che emergono ordinatamente creando forme molto particolari.
L’ultima sala vede una serie di lavori del già citato collettivo Universal Everything, che sfruttando le tecnologie emergenti, come gli schermi flessibili, e l’integrazione crescente della tecnologia nelle nostre vite crea prototipi visionari del nostro futuro prossimo con “Screens of the future“, opera in continuo divenire. Alcuni possono anche sembrare grotteschi, altri delineano una realtà a noi non del tutto estranea e lontana (chi ha amato Black Mirror apprezzerà).
Al centro della sala vengono proiettati a rotazione una mezz’ora di cortometraggi o trailer selezionati da ArtFutura, che raggruppano le più svariate animazioni di artisti da tutto il mondo.
È una mostra non troppo grande ma che se osservata con la debita attenzione dà molti spunti interessanti di riflessione, oltre che permettere la fruizione di opere insolite, che difficilmente trovano spazio nei nostri musei (come il sopracitato schermo gigante per Morphogenesis).
In un mondo in cui tutto, dalle relazioni al lavoro, muta a contatto con il mondo digitale anche l’arte e di conseguenza i musei non saranno più gli stessi. Muta anche il modo in cui usiamo l’immaginazione per dare forma alle cose: credo sia quindi interessante guardare ai nuovi strumenti digitali (che poi alcuni così nuovi ormai non sono) in questa ottica e vedere come riescono a creare sinergie tra le varie arti (un banale esempio la commistione di arti visive ai set di musica elettronica).
Come analizza bene l’introduzione della mostra: “È l’inizio del XXI secolo e noi umani stiamo diventando creature digitali. Quasi senza essercene accorti, quasi senza esserne al corrente, stiamo diventando sempre più connessi nella nostra intimità.
Quello che affascina però è l’incompletezza di questo sistema non (ancora) perfetto, infatti come è ben mostrato in questa mostra “l’elemento cruciale nella discontinuità tecnologica globale è la nostra umanità, senza la quale tutto il resto perde significato.
Fino al 10 settembre la troverete all’ex Dogana di Roma, non fate gli sciocchi.
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