Iniziare un viaggio non avendo chiaro il messaggio che si vuole perseguire per sé stessi né tantomeno per gli altri, eppure intraprenderlo lo stesso e lentamente dargli forma tramite le esperienze, creando un ordine di parole che, se non preciso, risulti quantomeno autentico e convincente. «I had nothing to offer anybody except my own confusion», diceva Jack Kerouac nell’opera che lo rese celebre nel 1957, “On the road”

Confusione dunque, una pulsione interna tipica dei poeti – ma a dirla tutta non solo loro -, e allo stesso tempo confusione anche esterna, come causa e insieme risposta innocente e coraggiosa a una società che si presenta, con i suoi rappresentanti, in tutta la sua ipocrisia e banalità. William Blake e Jack Kerouac, che a nominarli sembrano appartenere a mondi diversi e quanto più lontani possibili, su questo punto non sembrano essere poi così distanti.

Un tratto che accomuna lo scrittore nato il 28 novembre 1957 a Londra con l’autore e poeta statunitense protagonista della Beat Generation è proprio il rifiuto per l’accettazione incondizionata delle regole già esistenti. Ma quali regole? Quelle di un mondo che non convince più, dove un’accademia inglese di fine ‘700 impone come modello di perfezione le opere di Rubens e in cui saccenti maestri si atteggiano a dispensatori di sapere come fossero sofisti poco convincenti.

«Le prigioni sono costruite con le pietre della Legge, i Bordelli con i mattoni della Religione», diceva Blake, e sono parole che non risuonano tanto distanti dalle motivazioni che spingono un giovane americano a decidere di prendere, partire e vagare da una parte all’altra dell’America per sfuggire a una società capitalista interessata più alle frivolezze e alle continue innovazioni materialiste piuttosto che alla felicità dei singoli.

Jack Kerouac, Senza titolo, china su carta

Un Caos iniziale che in Blake confluisce in un’armonia, più o meno premeditata, che risuona bene alle orecchie di chi, viandante, si ritrova a osservare la struttura di Songs of Inncocence e Songs of experience, una raccolta di poesie realizzata tra il 1789 e il 1794 che si articola nella contrapposizione tra diversi personaggi.

Vi sono l’agnello in antitesi con la tigre, la purezza con l’esplosione del fuoco, con il simbolismo a rappresentare gli opposti che insieme prendono vita e vogliono fuggire dalle righe che armoniosamente li incastrano per sempre nella memoria di chi legge; l’importante è che non sia mai suscitata noia o banalità, ma che sia costantemente vivo «quell’abbastanza oppure troppo» sostenuto dallo scrittore londinese.

Per quanto riguarda Kerouac, in lui il caos si organizza nel rifuggire alle origini, verso un allontanamento da un tipo di vita stereotipata uguale per tutti, con regole che governano le menti delle persone conducendole verso esistenze poco schiette e prive di passioni.

L’autore, nei suoi romanzi – oltre che nelle poesie e nelle opere -, va oltre questi schemi riscoprendo e ricercando continuamente, quasi in modo ossessivo, l’esistenza degli opposti. Perché una volta capito che non vi è entità generica, che si tratti di oggetto, luogo o persona, così netta e definita da poter essere esaurita con un’etichetta, allora diventa davvero complesso capirne il significato autentico, e dunque è giusto ricercare ogni dettaglio, seppur bianco e nero contemporaneamente.

Kerouac ha tentato di riconoscere e presentare queste contraddizioni oltre che con la narrativa, anche con alcuni dipinti, che saranno in esposizione al Maga di Gallarate dal 3 dicembre al 22 aprile 2018.

Jack Kerouac, Senza titolo, n.d., olio su telaGeorge Richmond Abel the Shepherd 1825


Comune ai due autori è anche la
consapevolezza e l’esplorazione di una natura che circonda l’uomo, natura che è ben più che uno scenario che romanticamente, nella sua connotazione vitalistica ma anche con la sua vena di brutalità, richiama l’uomo a sé, ma è come una madre che necessita di richiamare al grembo il figlio ormai cresciuto.

E così la natura orchestra il gioco con congegni come il sole o una luna, elementi primari che con il loro giallo e blu governano incessantemente le vite degli uomini senza farli mai scegliere né concedergli un attimo di tregua. E dinanzi a tutto questo, l’uomo non può che osservare quel qualcosa che si staglia là in fondo a tutto, cogliendone sempre qualche brandello ma senza comprendere mai realmente del tutto quell’orizzonte là in fondo, che sia pitturato con ombre lunari o con raggi solari.

Infine, un altro punto in comune ai due autori è la ricerca di decifrare le ombre sui volti delle persone, non tanto per guadagnarci qualcosa o sentirsi migliori, quanto piuttosto per avvicinarsi alla delicatezza della comprensione che deriva dal riconoscere l’altro nella sua fragilità.Jack Kerouac The Slouch Hat, vers 1960 Huile et fusain sur papier “Vado per strade trafficate, vicino dove il Tamigi trafficato scorre e annoto in ogni volto incontrato segni di debolezza, segni di dolore.” Ascoltando queste parole, sembra quasi di osservare un’opera, senza titolo come quasi tutti i dipinti di Kerouac, in cui è descritto uno spazio in cui delle figure sono stagliate là, vicine a chi osserva ma allo stesso tempo espressionisticamente lontane perché troppo soggette a libera interpretazione di chiunque passi di lì in quel momento.

Non si può comprendere chi siano veramente, si lascia spazio a Pirandello perché non c’è una verità assoluta, ma in questa come in tutte le opere, tra cui i nastri, i libri, il cielo, le persone non vi è che un’infinità di opinioni che tenteranno in continuazione di dare una definizione assoluta senza mari riuscirci. Ed è giusto così, è compito dell’uomo cercare di dare un nome a tutto e tutti per contenere l’angoscia dell’ignoto; sarà sempre un mondo pieno di Tamigi in cui ognuno vedrà la luna o il sole che vorrà scomparire o riappropriarsi del cielo oltre le nuvole.

A cura di Isabella Garanzini

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