Arte: Open Fence by YuvalAvital

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Per il solstizio d’estate agli East End Studios di Milano, YuvalAvital ha presentato la sua architettura musicale Open Fence. Yuval è un artista multidisciplinare israeliano e noto soprattutto nell’ambito dell’arte contemporanea, per la produzione di musica multiculturale e per saper abbinare tra loro scienza, architettura, arte e nuove tecnologie. In occasione del suo ultimo progetto abbiamo fatto due chiacchiere, in cui ci ha spiegato nel dettaglio la sua verve artistica e il significato di quest’ultimo lavoro.

Il tuo nuovo progetto si chiama Open Fence: di cosa si tratta e come mai questo nome?

Open Fence è una grandissima scultura sonora, lunga 64 metri e alta 4, composta da 320 campane tubolari per un totale di 1km di ferro. Ad animarla basta una mano, ma può essere anche suonata fino a 80 persone contemporaneamente. Al vernissage c’erano un organico di percussionisti e una folla a suonarlo insieme.

Sono previsti due tipi d’interfaccia umana alla scultura: il primo è occasionale, in quanto trattandosi di una scultura fissa le persone possono prendere e seguire i 18 punti che ho delineato come coordinate base per suonare lo strumento. Sono come una partitura verbale, fatta da indicazioni molto semplici come ad esempio <<suona CON, e non CONTRO>>, oppure <<cerca di imitare l’esecutore di fianco a te>> o ancora <<crea suoni lunghi e rari>>. La seconda possibilità è rituale, in cui in momenti scelti (per ora i solstizi d’estate, ma possono essercene anche altri) si crea un rito sonoro che da una parte coinvolgerà performers non-musicisti e dall’altro un ensemble di percussionisti che potranno suonare Open Fence fino a 24 ore consecutive.

Il nome Open Fence è un po’ una reazione alla natura originale di questo oggetto architettonico realizzato dal designer Mario Milana, che io ho trasformato da recinto a scultura usando il suono come strumento d’apertura. Il recinto è un concetto molto importante a livello politico, un concetto che io detesto profondamente perché lo vivo come un momento di tensione. Come la mia terra è recintata, così anche in Europa adesso ci sono tante terre che parlano di costruire recinti ed è questo tipo di pensiero che poi porta al nazionalismo, all’odio. Una cosa molto bella che mi hanno detto al vernissage è che vedere tutte quelle persone chine verso il recinto li ha fatti pensare al muro del pianto. Il muro del pianto è un muro, un recinto, come una barriera, che tradizionalmente viene pensata come una porta di comunicazione tra il cuore umano e quello divino. Anche qui un muro diventa una porta; un recinto diventa un ponte.

Come ti è venuta l’idea?

Nel 2014 ho collaborato con gli East End Studios per il mio progetto Rekae, e da quel momento in poi è nato un sodalizio che continua fino ad oggi. In una delle mie visite agli Studios ho visto quest’oggetto architettonico mastodontico e ne sono rimasto affascinatissimo. Ho chiesto agli Studios di lasciarmi convertire il recinto in una scultura sonora e ora, dopo mesi di progettazione e lavoro, Open Fence è la scultura sonora più grande d’Italia, 12 tonnellate di puro suono!

Da parte degli East End Studios si è trattato di un atto di doppia generosità: da una parte la totale fiducia nella mia visione artistica, e dall’altra un vero atto di mecenatismo culturale in cui il privato dona un’opera d’arte alla società. Per il come le mie idee vengono, è difficile dirlo. A me le idee vengono velocemente, come una breve tempesta controllata, è questione di pochi minuti. Bam!, e arriva l’idea. La realizzazione, il come l’idea viene messa in atto: questo invece richiede molto tempo.

Ci sono elementi autobiografici in quest’opera?

Quest’opera riunisce mondi che possono sembrare contradditori ma che invece si uniscono benissimo uno all’altro. Pensando a Open Fence posso pensare a un ponte tibetano o a un concerto punk, una fabbrica oppure una comunità umana—in realtà c’è un po’ di tutto. Anche nel mondo da cui provengo e a cui appartengo c’è un’unione tra antichità, energia di contestazione e modernità. Una colonna portante nelle mie opere visive e sonore è anche quello di un tremore, che è il risultato delle differenze e delle somiglianze che si sommano e diventano un tutt’uno.

Si è parlato di un’esperienza immersiva, di un rito collettivo che chiama lo spettatore a diventarne parte integrante. Come vedi il rapporto musica-spiritualità?

Per me ogni esperienza d’arte è un po’ un rito, un rito d’osservazione, un rito per fermare il tempo, per ritrovare qualcosa fuori e dentro. Si tratta di un momento di dialogo, un momento in cui diventi un contenitore e interiorizzi qualcosa di esterno. Ma per me è interessante quando è anche un rito di collettività. Nella mia città natale ci sono sempre processioni e masse umane che si muovono legate da una corrente metafisica. Per me è importante disegnare rituali laici partendo dal suono. Forse è per questo che ho creato il Crowd Music Ensemble, un atto di musica, arte collettiva e sociale che rende le persone protagoniste di eventi sonori attraverso la voce o attraverso uno strumento immediato d’esecuzione. In questo modo lo spettatore diventa parte integrante dell’opera, un catalizzatore. Suonando Open Fence ti senti dentro il suono, e non fuori dal suono.

Se si lascia così tanto agli spettatori e al pubblico, che ruolo assume l’artista?

Anche nel mondo visivo, anche quando si tratta di opere che sono catalogabili come “artistiche” invece che musicali, mi piace definirmi come compositore e non come artista. Il compositore, nel senso etimologico del termine, mette insieme le cose. Non è un creatore. Con Open Fence è altrettanto vero. Ho preso un recinto, ho preso componenti industriali trasformandoli in batacchi (pietre, bambù, ferro, catene…) e poi ho preso le persone, e l’insieme di questo ha creato un’esperienza.Anche il compositore deve avere un quartetto d’archi per dargli vita, se no non esiste.

Se potessi attribuire alla musica l’intento di comunicare un messaggio, il tuo quale sarebbe?

John Cage dice che non ci può essere un do triste o un do felice. Un do è un do. Il suono non è un messaggio semantico, ma è una struttura potente che si muove aldilà del verbale. Comunque la scultura, insieme al suono, diventa portatrice di un messaggio etico ed estetico, intrinseco nel titolo come intento nelle modalità d’uso e nella sua collocazione, aperta al pubblico e visitabile da tutti. Spero che ci saranno occasioni di realizzare altri Open Fence nelle parti del mondo che più ne hanno bisogno.

A cura di Elisa Zampini

 

 

 

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