Arrival, la fantascienza che ci piace

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Ce ne rendiamo conto ogni giorno. La comunicazione è forse uno dei problemi che affligge, e ha sempre afflitto, la nostra società. Seppure sia uno strumento che utilizziamo dall’alba dei tempi e per quanti studi si continuino a fare attorno al comunicare; le incomprensioni, gli errori, sono sempre in agguato. Il fraintendimento, specialmente verso un modo di comunicare diverso dal nostro, è qualcosa che può risultare estremamente pericoloso. Ed è proprio qui che arriva Denis Villeneuve con il suo Arrival, primo film fantascientifico per il regista canadese e giro di rodaggio per l’ardito progetto del sequel di Bladerunner (il cui trailer – già in circolazione – promette abbastanza bene).

Non è l’ennesima guerra dei mondi la storia portata sul grande schermo da Villeneuve, ma più una battaglia umana tra il desiderio intellettuale di conoscere l’ignoto e la tensione alla paura che ci porta ad un’autodifesa nevrotica e violenta.
La protagonista della vicenda è Louise (impersonata da Amy Adams), linguista di fama internazionale che viene contattata dall’esercito americano per interpretare, e consequenzialmente creare un contatto con una specie aliena approdata con 12 “navicelle” (se così possono essere definite usando un linguaggio generico) – o “gusci” come vengono chiamati all’interno del film – sparse in punti differenti del pianeta Terra. Qui oltre a lei troverà arruolato Ian (Jeremy Renner), un fisico teorico, con il quale lavorerà in quello che si prospetta un vero e proprio “viaggio” nel cercare di creare un terreno comune, un linguaggio comprensibile da entrambe le parti (umana e aliena) con l’obbiettivo di conoscere le intenzioni di questa nuova specie, gli eptapodi. Ma se da un lato abbiamo un “nemico” esterno venuto da lontano, dall’altro lato il nemico è interno. Sono l’esercito e le forze politiche in gioco infatti che, a causa di una nevrosi sollecitata anche dai media, rischiano di far collassare l’umanità in un conflitto mondiale e/o universale.
In un periodo carico di tensione come quello che stiamo vivendo negli ultimi anni, dove la violenza e il sospetto sono all’ordine del giorno, e se non lo sono sembra quasi che vengano cercati con la stessa petulante eccitazione di scoprire un nuovo gossip, ritroviamo un nemico interno davvero simile. La paura irrazionale che porta ad un’autodifesa spesso istintiva, un ammutinamento sociale, e che spesso è appunto fomentato dai media ma in particolar modo dall’incomprensione.

Arrival, la fantascienza che ci piace

ARMA vs STRUMENTO

Una lingua è l’aspetto che forse maggiormente va a definire l’identità culturale di una popolazione, e il lavoro di un interprete diventa un lavoro di estrema precisione e cesellamento, in quanto deve cogliere tutte le sottigliezze interne ad una lingua proprio perché non è sufficiente tradurre una parola per tradurre un concetto. Ecco che Villeneuve si interroga, e porta anche noi ad interrogarci (cosa forse più importante), su come si comunica con chi – o cosa – possiede un linguaggio, e con esso un modo di pensare, diverso dal nostro. Come si insegna una lingua da zero, e come si prende coscienza di un’altra? Amy Adams risulta davvero spettacolare nel portare davanti ai nostri occhi quel mix letale di paura ed eccitazione che derivano dal lasciare il porto sicuro del nostro modo di pensare, la nostra culturale copertina di Linus, ed immergerci in acque sconosciute. Partire da zero significa appunto lasciare da parte la lingua parlata e fatta di suoni per tornare al semplice segno scritto, in cerca di un terreno comune. E su una lavagna bianca che non nasconde altro se non il desiderio di conoscenza e comprensione, la prima parola che Louise scrive è “HUMAN” a indicare se stessa e a mostrarsi nella sua natura più semplice.
È un eroe che oltre al coraggio si contraddistingue per l’intelligenza e le capacità, la vera arma che permette di travalicare la paura e portare ad un risultato vincente. È forse la prima volta che un film fantascientifico si focalizza su un unico momento all’interno di “un’invasione aliena” che è quello del primo contatto, e lo fa con un approccio più intellettuale, filosofico e volto alla comprensione più che al mostrare i “mostri venuti dallo spazio”. Non per questo la pellicola di Villeneuve non presenta passaggi carichi di tensione, aiutati specialmente da una colonna sonora che – già come nel precedente lavoro, Sicario – gioca un ruolo fondamentale assieme ad una stupenda fotografia che tiene facilmente ancorati allo schermo.

Arrival, la fantascienza che ci piace

SPAZIO e TEMPO

Le coordinate fondamentali del nostro modo di concepire la realtà, lo spazio e il tempo, hanno qui un ruolo centrale e avvicinano il film ad un’altra opera del nuovo filone fanta-filo scientifico degli ultimi anni che è Interstellar. Arrival, più che sullo spazio e sulla sua esplorazione, gioca tanto sul tempo. Il tempo, quello per riuscire nella comprensione degli alieni o per fermare una crisi mondiale, che sembra sempre agli sgoccioli, scandito dal cinguettio di un canarino o dal conto alla rovescia di un detonatore. Ma accanto al tempo che scivola via, c’è quello che si ripresenta, in un’alternanza di piani temporali che rendono ancora più affascinante il lavoro di Villeneuve. Un lavoro, quello del regista canadese, che ci mostra – rendendoci partecipi – e ci fa comprendere tutta una storia, e la storia dietro la storia, senza necessità alcuna di spiegazioni verbali. E forse aveva ragione Griffith nel dire che il cinema è l’esperanto dello sguardo, un linguaggio iconico che può davvero creare un terreno comune di comprensione.

a cura di Martina Zerpelloni

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