Quando Milano si svuota e magicamente diventa addirittura possibile trovare posto in metro può significare una sola cosa: sta arrivando l’estate.
Temperature da giungla cambogiana, strade deserte in stile western ma soprattutto lui, il grande, spaventoso ritorno: il tormentone estivo. Quest’anno ne abbiamo già largamente avuto esperienza quando, inconsapevoli di cosa stessimo facendo e un po’ spaventati, ci siamo ritrovati in doccia a cantare Despacito.

Consoliamoci constatando che le persone che in data 17 Luglio hanno trovato la forza di abbandonare ventilatore, divano e Game of Thrones per raggiungere l’Ippodromo di San Siro avranno sicuramente riservato al singolo Everything Now firmato Arcade Fire un posto più alto in classifica rispetto alle varie “Danza Kudurate” a piede libero.

Il live del gruppo canadese all’Ippodromo di San Siroparte proprio dal primo dei nuovi singoli tratti dall’album omonimo Everything Now, in uscita il 28 Luglio 2017.

Primo impatto: controllare il biglietto per assicurarsi di non aver viaggiato nel tempo con atterraggio presso “concerto degli ABBA dei tempi d’oro”. Tutine anni ’70, camicie rosse frangiate e l’immancabile cappello di Win Butler: copiato da lui a Pete Doherty o viceversa?

Nove persone vestite un po’ a caso sul palco, fisarmoniche, violini, keytar (ndr pianola a tracolla) e basi strumentali che attingono dai più diversi generi musicali: persino la playlist che ha anticipato il concerto comprende brani totalmente decontestualizzati, viaggiando dall’indie contemporaneo, riproponendo pezzi celebri di Michael Jackson per poi invertire totalmente rotta ed incontrare Bob Marley. Indizi il cui scopo era forse quello di prepararci alla presenza in scaletta di brani distanti tra loro come Chemistry, dalle influenze reggae e Signs of life, decisamente disco.

L’effetto è stratosferico. Il concerto si rivela da subito una di quelle feste del liceo a cui vanno tutti i tuoi amici mentre tu resti a casa con la febbre: sempre le migliori.
Recentemente la scelta degli Arcade Fire di abbandonare l’etichetta indipendente Merge Records e firmare per la Columbia aveva sollevato diversi interrogativi, soprattutto successivamentealla dichiarazione rilasciata da Win Butler all’Independentnel 2015, in cui affermava che-testuali parole- “le major hanno rovinato tutto”.

Polemiche a parte, collaborazioni con produttori del calibro di James Murphy (LCD Soundsystem) per l’album Reflektor e Thomas Bangalter (Daft Punk) per EverythingNow continuano a caratterizzare il lavoro degli Arcade Fire, arricchendolo di direzioni diverse, imprevedibili e scanzonate, attente in ogni caso a non rendere troppo velati i riferimenti alle attuali questioni sociali e politiche.

“Viviamo in un tempo terrorizzante, ma la musica può aiutare a farci coraggio” promette Win mentre ci concede un ultimo regalo con Neon bible, sussurrata nel buio rischiarato esclusivamente dalle luci degli smartphone, quasi il paradosso di una preghiera a festa conclusa.

“Take care of eachother” intima ancora Win.

Il palco ormai è buio. Le luci degli smartphone sono spente.

Il concerto è finito, ma il silenzio non cessa.

Forse dentro di noi stavamo davvero promettendo a Win che ci saremmo presi cura l’uno dell’altro.

A cura di Clara Rodorigo

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