Sono le 21.15 mentre sto mangiando alla disperata un panino ingollando birra in un piccolo bar di via Ripamonti, quando vedo passeggiare di fianco a me un gruppo di persone dalla faccia nota. È Angel Olsen e la sua band, segno evidente che sono in ritardo.

Fin dall’entrata non si può non sentire quello che il mio professore delle medie battezzò come “effetto stalla”, un mini ecosistema dato dalla sudorazione simultanea di un cospicuo gruppo di persone.

Tutto sommato la gente non è ancora ammassata, motivo per cui riesco comunque a godermi un po’ di synth pop dell’australiano Alex Cameron e il suo curioso e ipnotico modo di ballare.

Il tempo di bermi una birra e la band è sul palco, dove li raggiunge Angel con un passo tranquillo, imbraccia la sua Gibson e inizia a stregare tutti.

Dopo Shut up Kiss me inizio a diventare insofferente al caldo e a quanto pare non sono l’unico. I complottisti di fianco a me sostengono che sia un modo per vendere più drink, ipotesi non confermata.
Angel Olsen se ne frega e continua a lasciare ulteriormente a bocca aperta il pubblico. Tra momenti più intimi e qualche distorsione per un’ora e un quarto incanta tutti.

È a Milano per presentare il suo ultimo lavoro My Woman, uscito a settembre, e si conferma senza dubbio una delle voci più belle di tutto il panorama indie-folk mondiale (sabato sarà al Primavera Suond a Barcellona, la nuova Mecca dei festival europei).

Un concerto che scorre via veloce e mantiene sempre alta l’intensità, anche durante le lunghe ballad folk. Anche quest’ultime non risultano mai banali vista la continua ricerca sonora.

Dispiace molto che tutto il pubblico abbia dovuto lottare per un’ora e mezza contro il caldo torrido della sala che una alla volta ha mietuto diverse vittime obbligate a uscire durante il concerto per recuperare qualche molecola d’ossigeno.

Anche per questo mi sono stupito del fatto che sul palco Angel e tutta la band abbiano resistito in questo modo, se si aggiunge al caldo della sala quello delle luci che diverse volte hanno evidentemente infastidito la cantante.

Fortunatamente tutti l’hanno presa con filosofia e una sana dose di umorismo, continuando a chiedere tra una canzone e l’altra se qualcuno tra il pubblico possedesse una piscina dove potersi tuffare a fine concerto. E spero l’abbiano trovata.

A cura di Giovanni Pedersini

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