AND THE DONDOLO GOES TO…

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A cura di Nicolò Valandro

Molto tempo fa, prima delle larghe intese e del Partito Democratico e qualche anno dopo la scomparsa delle feste patronali, l’intero Paese era ricoperto da un bianco manto di tensostrutture, i cui agglomerati prendevano il nome di “Feste dell’Unità”. Come in molti paesi della Bassa Romagna, anche nel mio il festival costituiva un momento di ritrovo e divertimento, soprattutto per gli amanti dell’anguilla ai ferri e per le zanzare; come ogni anno, quando i volontari iniziavano a smontare il palco e a caricare sui furgoni i teli di nylon, la gente del paese cominciava a chiedersi: “e quest’anno chi se l’è portato a casa il dondolo?” (il dondolo ha infatti costituito per molto tempo, prima dell’avvento dei televisori al plasma e delle cyclette, il premio più ambito della Lotteria dell’Unità ndr). E quando qualcuno rispondeva: “l’ha vinto la Marisa, la mogli di Faustino”, c’era subito chi commentava: “figurati se non lo vinceva uno della famiglia Tozzi, son loro che gestiscono tutto!”, mal celando il rancore per non essersi portato a casa, neanche quell’anno, l’ambito premio. Nonostante le polemiche che accompagnavano ogni anno la Lotteria, poche settimane dopo, quando il fresco settembrino e la nebbia padana erano alle porte tutto tornava alla normalità, mentre la signora Tozzi si godeva gli ultimi raggi di sole sul suo più che meritato dondolo.

Poco importava che la famiglia Tozzi e la famiglia Parmiani fossero diventate nel corso degli anni i più grandi proprietari di dondoli della Provincia, mentre i vari Bersani, Montanari e Valentini si dovevano accontentare delle saponette a forma di gallina e dei condimenti per arrosti: la Lotteria si sarebbe fatta lo stesso e qualcuno (probabilmente un nipote del vecchio Tozzi o un lontano cugino dei Parmiani) si sarebbe portato a casa l’ennesimo dondolo.

Ora, considerando la natura profondamente paesana e campanilista del nostra paese, dove anche i premi letterari sono indetti dai produttori di amaro, non è azzardato paragonare il Premio Strega e le più che tradizionali polemiche ad esso associate a questa situazione così familiare a chiunque abbia un minimo di praticità con sagre  e feste patronali.

Anche quest’anno il premio è andato ad un autore pubblicato dal famigerato gruppo Mondadori (Pape Satàn, Pape Satàn Aleppe!), in fattispecie a Nicola Lagioia e al suo “La Ferocia”, uscito per Einaudi;uno smacco per chi aveva creduto nella timida (timido? timidum?) Elena Ferrante e il suo “Storia della bambina perduta”, pubblicato per la coraggiosa e piccola casa editrice E/O, una conferma per quanti si sono rovinati l’appetito e il sonno accusando Mondadori e Rizzoli di essersi spartiti la torta ancora prima di sedersi a tavola; quasi che la cruenta storia editoriale del nostro Paese volesse dimostrare che la vittoria di Davide contro Golia è un falso storico, l’oppio degli editori indipendenti. Tale  conferma tuttavia, pur nella sua prevedibilità,   parrebbe macchiare i due Pantagruel dell’editoria italiana di ipocrisia e screditare ulteriormente il valore letterario del Premio, dato che quest’anno hanno preso parte (giungendo persino in selezione e in cinquina) piccole-medie case editrici con i rispettivi cavalli di punta.

Di conseguenza non c’è da stupirsi se Neri Pozza è finita di nuovo per incagliarsi nelle pale dei mulini a vento, ribadendo (come da tradizione) che il Premio Strega sarà e continuerà ad essere l’anticamera estiva dei banco-libri degli autogrill, fino a quando non esisterà una reale società letteraria italiana che giudichi le opere in concorso esclusivamente in base al loro valore letterario. Non è mancato nemmeno chi, come Francesco Giubilei, ha avanzato l’affascinante proposta di indire un premio letterario a nome delle piccole-medie case editrici indipendenti, che in questi ultimi anni, come dimostrano i dati (in primis la vittoria dello Strega da parte di Lagioia, esordiente per Minimum Fax), hanno dato un estimabile contributo alla scena letteraria e intellettuale italiana.

«Nulla (o quasi) di nuovo sotto il Sole», verrebbe da dire, ma una domanda sorge spontanea: nonostante le doverose polemiche, i dibattiti claudicanti, il ghigno beffardo dei soliti vincitori e lo sciame di recensioni tutte identiche a se stesse, è ancora possibile dare un giudizio se non oggettivo, quantomeno onesto, sull’ennesimo prevedibile vincitore di quest’anno? È possibile ritenere sinceramente che “La Ferocia”, il romanzone di Nicola Lagioia, costituisca un’opera di valore letterario sufficiente a giustificare una così ampia risonanza, tanto da illudere la nostra comunità di lettori super istruiti  che i premi letterari e i loro vincitori possano davvero incidere sull’immaginario del nostro Paese?

La risposta è che sarebbe almeno giusto provarci, sperando che gli Oscuri Signori dell’editoria italiana non siano così sadici da aver posto sul podio un autore mediocre giusto per prendersi gioco di quanti, entrati in una libreria poco prima di partire per Gallipoli o altre località balneari, non sapranno cosa leggere sotto l’ombrellone.

In fondo, anche la povera Marisa e tutta la famiglia Tozzi sapevano che di tutti quei dondoli ben pochi hanno retto al peso dei nipoti e dei pronipoti, fino a quasi diventare reliquie di famiglia. Inoltre, se può consolare, mia zia Ida qualche anno fa’ se n’è tornata a casa dalla Festa dell’Unità su una Graziella grigio-metallizzata nuova di zecca, lasciando piuttosto amareggiati i membri della famiglia Tozzi. Chi sa se tra qualche anno non accadrà lo stesso anche allo Strega.

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