Voce, swing, dipendenza, amore: un dramma a tinte Soul

Pensando per un momento al “Club of 27”, quegli artisti venuti a mancare all’età di ventisette anni, parebbe quasi che qualche trascendentale e incorporeo essere “music lover” abbia capricciosamente stabilito di costruirsi un parterre d’eccezione per soddisfare la sua sete d’arte in note. Il criterio di selezione è dei più rigidi: vita privata struggente, talento stra-ordinario, dipendenza da qualsivoglia sostanza, improvviso successo planetario e conseguente insostenibile zavorra, l’ alter ego plasmato da stampa, fans, media e discografici. Il numero 27 come elemento trasversalmente ed ulteriormente unificante. All’ attenzione della perversa metafisica creautura non sarebbe mai potuta sfuggire la silhouette della cantautrice che per un’ effimera decade ha impreziosito lo scenario soul, jazz e r’n’b del 21° secolo.  Così, voglioso di arricchire la sua collezione, nel pieno d’un’ estate, decise di infarcire la sua colonia di ventisettenni maledetti: a Janis Joplin, Robert Johnson, Jimi Hendrix, Kurt Cobain, tra gli altri, si aggiunse Amy Winehouse.

Amy Jade Winehouse nasce in un sobborgo di Londra il 14 settembre 1983 da una famiglia ebraica della working-class, che le trasmette fin da piccola l’amore per la musica jazz. Neanche adolescente, i genitori si separano, evento centrale per i successivi vissuti depressivi della cantante. Non ancora quattordicenne comincia a strimpellare la chitarra del fratello, scopre l’erba, l’alcool e viene espulsa dal severo istituto che frequentava. Innamorata dei 60’s, pin-up e tatuaggi, fin dalla giovanissima età Amy si scorda cosa sia la regolare quotidianità e da essa fugge disperatamente: vuole scrivere musica, cantare, esibirsi, così come accadde per la prima volta con la National Youth Jazz Orchestra nel ’99.
Ed ecco le prime demo, un improvviso vociare d’ una giovane e talentuosa artista in rampa di lancio e i contatti con la major discografica Island, con la quale si lega.

Il 2003 è l’anno dell’album d’esordio, il sorprendente Frank: 16 tracce, un fiume nu-jazz che, brillante, scorre fino alle due bonus-tracks di chiusura; calda, seria, avvolgente, la voce della Winehouse pare magicamente vestire ogni accordo della produzione, guidata magistralmente da Salaam Remi. Il successo di critica e pubblico spalanca le porte ai primi paragoni eccelsi: Amy come Sarah Vaughan, Macy Gray, Billy Holiday. Sembra aver messo già tutti d’accordo; la miscela di jazz, r’n’b, funk, soul è ricca, moderna, colorata. In una parola: funziona, sia dal punto di vista della qualità artistica espressa sia da quello delle vendite (anche due nomination ai Brit Awards). Dai gorgheggi dell’intro fino ai soffici dialoghi bossa piano/chitarra/sax di (There is) No Greater Love, ai quali risponde l’atmosfera noir di In my bed subito dopo. Fin dal primo ascolto è lampante l’ amore di Amy per ritmiche swing-jazzy, che permeano tutta l’opera ( il capolavoro Help yourself su tutte). Come scrisse Dan Cairns del The Times, a conclusione della sua recensione del disco: “sorprendentemente brillante ma eclettico, accessibile e senza compromessi”

Il successo inizia, spazientito, a bussare alla porta della giovane sbarazzina londinese, che fa così il suo ingresso nel mondo delle celebrità, turbinio di gossip, malevoci e attacchi mediatici. La sua passione per alcool e droghe (leggere e non) va acuendosi, al contrario delle taglie perse dall’artista, causa disordini alimentari,tra il primo e il secondo album della carriera, il capolavoro Back to Black, che vede la luce a tre anni di distanza dallo splendido esordio. Le tematiche del disco ruotano, a livello lirico, tutte intorno alle vicende private della Winehouse, soprattutto a sfondo sentimentale (la tormentata relazione con il vero amore della sua vita, Blake Fielder-Civil); come lei stessa affermò durante un’intervista a Rolling Stone, «Tutte le canzoni riguardano le circostanze della mia relazione con Blake in quel periodo. Non avevo mai provato per nessun altro in vita mia quello che provo per lui. È stato molto catartico, perché soffrivo per come ci eravamo trattati a vicenda, credevo che non ci saremmo più rivisti. Ora lui ci ride su. Mi fa, ‘Che vuoi dire, credevi che non ci saremmo più rivisti? Noi ci amiamo. Ci siamo sempre amati.’ Ma per me non è divertente. Volevo morire». (14 giugno 2007)

Protagonista scomoda, ma quantomai ingombrante, la sua dipendenza: in questo senso è chiaro il titolo della hit che introduce le restanti dieci tracce: Rehab, che sta per rehabilitation center, la quale racconta proprio del suo aperto rifiuto alla disintossicazione in clinica suggeritale dal suo manager (silurato…).

Back to Black consacra Amy non solo quale originalissima interprete prettamente vocale (pioniera d’un filone che tra le altre annovera Duffy e Adele), ma soprattutto in veste di raffinata autrice; chiarissima l’inflessione Soul- Motown, il timbro generale dell’opera è chiaramente dovuto ad un radicato ed amato retaggio ’50/’60. Nulla però suona anacronistico o già sentito, ma piuttosto rivitalizzato da moderni arrangiamenti swing-pop, graffiati dalle scapigliate interpretazioni della nuova regina bianca del soul, all’epoca appena ventitreenne. Cinque i singoli estratti, oltre la già citata e fortunatissima Rehab: spiccano la title-track Back to Black, Love Is A Losing Game e Tears Dry On Their Own, istantanee epocali, vivide, malinconiche, violentemente intense. Non mancano all’appello ammiccamenti simil-raggae e rasoiate funky, condite da mirabili interventi di fiati. Commistione di genere ed un perfetto equilibrio compositivo sono la ricetta per 5 Grammy Awards ed un ingestibile successo di critica, pubblico e vendite.

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Siamo alle soglie del 2007 e la storia della nuova anti-eroina inglese volge verso il triste epilogo. Non si contano più le sue apparizioni “malconcia” su riviste e notiziari; gli alti e bassi con il marito Baby, come lei amava chiamarlo, non fanno che aggravare la sua estrema dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti.

Nel 2009 il divorzio, un’isperata riabilitazione e qualche apparizione apparentemente speranzosa sulle sue condizioni fisiche; sembra pronta per completare il suo terzo lavoro in studio, come già aveva dichiarato il padre l’anno precedente, quel raffazzonato Lioness: Hidden Treasures che uscirà postumo pochi mesi dopo la sua scomparsa. Più che un’opera completa, si tratta di demo, alternative takes, un pugno di collaborazioni e qualche sbiadito inedito, a conferma di un ultimo anno, il 2010, davvero buio e travagliato; un tour europeo, unica possibile ancora di salvezza dall’oblio della depressione, sospeso causa impossibilità della Winehouse addirittura di ricordarsi il nome dei componenti della band (a Belgrado, ultimo appuntamento prima della cancellazione delle restanti date, fu fischiata ed insultata dal pubblico e interruppe l’esibizione: non si reggeva in piedi).

Il fragile involucro dietro il quale aveva tentato di nascondersi per scacciare la da sempre maldigerita aurea da superstar si corrode nei mesi seguenti le sue ultime apparzioni, per poi andare definitivamente in frantumi a colpi di cocktail di medicinali e ricoveri. Il 23 luglio 2011 Amy Winehouse viene trovata senza vita nella sua abitazione londinese. Speculazioni, inchieste, dichiarazioni, una nebbiosa e taciuta verità sulla cornice del decesso.

A distanza di quasi sette anni il mito della diva soul del nostro millennio è più che mai vivido e tangibile; nel 2015 esce Amy: The Girl Behind The Name, docu-film biografico dell’artsita che, in meno di diec’anni, ha illuminato il firmamento della scena musicale e mediatica mondiale. Di lei rimarrà impresso, oltre il caratteristico look retrò demodè, l’inimitabile pennellata vocale, alimentata da un incommensurabile estro creativo ed interpretativo, dono così prezioso da divenire spesso una maledizione dalla quale è impossibile sfuggire.

Soprattutto, come ci ricorda la storia della musica, quando la carta d’identità alla voce età recita ventisette.

“With dread I woke in my bed
To shooting pains up in my head
Lovebird, my beautiful bird
Spoke until one day she couldn’t be heard
She spoke until one day she couldn’t be heard
She just stopped singing”

(October song)

Domenica 4 marzo vi daremo la possibilità di rivivere la cantante insieme a noi all’evento che si terrà al Circolo Ohibò di Milano: qui tutte le info.

A cura di Cristiano Cecchini

 

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