Amleto e Riccardo III, due grandi monologhisti. Michele Sinisi, durante la rassegna a lui dedicata all’Elfo Puccini, porta all’estremo la capacità affabulatoria dei due personaggi in due monologhi andati in scena all’Elfo Puccini durante la rassegna dedicata al regista e attore pugliese. Nonostante le differenze, Amleto e NOW! mettono al centro della discussione la capacità stessa di raccontare storie. Grazie all’utilizzo di pochi elementi, Sinisi sfida la complessità delle trame shakespeariane e il pubblico stesso in un gioco continuo tra palco e platea, facendo del limite – fisico, materiale, verbale – l’acme di condivisione con il pubblico. Si sa: più la sfida è alta, più gli spettatori si chiedono come farà il protagonista a scamparla. Nei due monologhi di Sinisi, è invece l’attore a mettersi continuamente in pericolo. Come farà a raccontare del suicidio di Ofelia o il duello con Laerte se ha a disposizione solo sei sedie? E la decapitazione di Hastings? L’attualità del teatro di Sinisi risiede proprio in questa necessità di ristabilire un patto di fiducia – e di sorpresa – con il pubblico, una connessione, che veicoli tutta l’umanità e la familiarità che le grandi storie portano con sé.
Ecco due micro-recensioni per darvi un assaggio di quello che abbiamo visto.

  • AMLETO 

amleto michele sinisi

Uno spazio spoglio, definito da una luce ad occhio di bue, un vaso di fiori finti, uno stereo posato su una sedia, altre sei sedie che portano il nome di Polonio, Ofelia, Laerte, Re Claudio e Gertrude. Un unico attore: Amleto. Il regista e attore Michele Sinisi ci insegna che non serve altro per rappresentare l’opera che è diventata l’emblema del teatro non solo shakespeariano.

In questa Danimarca così dichiaratamente finta, tanto da coincidere con la stessa sala Baush del teatro Elfo Puccini, l’intero spettacolo non è che il play-within-the-play dei commedianti che nell’atto IV arrivano a corte. L’Amleto di Sinisi non si è sprecato, come invece quello di Shakespeare, in suggerimenti di recitazione, ma, come un regista che sa di poter fare meglio dei suoi stessi attori, li ha licenziati e sostituiti. Quello che vediamo è la messinscena di un Amleto che, sfiorando la schizofrenia, recita fedelmente le battute degli altri personaggi maschili, costruiti come maschere bidimensionali, con partiture gestuali definite. Come unico attore, padroneggia pienamente le parti che assume ed abbandona con abilità, in un rimbalzo continuo tra i due piani della finzione dichiarata e della verità.

Così, per contrasto con gli altri personaggi, Amleto sembra essere l’unico “vero” tra tutte queste maschere; sembra, dalla scelta vocale di Sinisi, un ragazzo di vent’anni che, al limite tra patologia e genialità, recita ciò che sa essere falso in modo da smascherarlo anche agli occhi del pubblico/corte. Da qui la scelta di indossare i costumi che rappresentano lo stereotipo della teatralità per eccellenza: la calzamaglia, l’ampia gorgiera, i pantaloni rigonfiati, il trucco bianco, le labbra dipinte di rosso. Da qui i fiori finti, che simboleggiano la morte dei sei personaggi-sedie e la decisione di gestire lui stesso la musica dallo stereo volutamente ben esposto sulla scena.

«Il teatro è la trappola con cui catturerò l’anima del re». Questo è il piano di Amleto, ed anche il risultato ottenuto da Sinisi. Lo spettatore, come Re Claudio, rimane catturato non dalle macchiette bidimensionali di Polonio o Laerte, ma dal fascino del vero teatro che, come Amleto, è capace di comunicare con la forza della semplicità le grandi verità dei monologhi, e di sfatare invece i «fronzoli e le maschere» dell’artificialità. Il vero teatro è capace di rappresentare e comunicare «ciò che non si mostra».

A cura di Miriam Gaudio

 

  • NOW!

michele sinisi now

In sala Bausch non ci sono corone. Né spade o costumi cinquecenteschi. A prima vista non sembra esserci nessun Re. Un tavolo di metallo, una lampada da scrivania, un pallone, un’asta e un microfono compongono la scenografia. Al centro – inquieto fin dall’inizio – un uomo, che incontra e sfida gli occhi di tutti gli spettatori, ancor prima che questi prendano posto.

Con una sola parola, reiterata diverse volte – NOW! – quell’uomo si rivelerà proprio il protagonista dell’opera shakespeariana più atroce. Il Riccardo III di Michele Sinisi è l’uomo contemporaneo, vestito con una semplice giacca da lavoro, un berretto di lana, delle cuffie e delle scarpe da ginnastica. Non è un uomo qualsiasi: è la rappresentazione dell’emarginato sociale, di un individuo schizofrenico, totalmente sprofondato (o abbandonato) nella sua folle ambizione. La scena – materialmente scarna – viene da due elementi in particolare: il linguaggio gestuale di questo essere zoppicante, quasi storpio, e l’odore dell’alcol etilico. È uno spettacolo in cui non è il testo shakespeariano a parlare, ma i gesti dell’attore, che lo riprende, lo sottolinea e lo oltrepassa, fino a scardinarlo. Protagonista indiscusso della messa in scena è il rosso: l’inchiostro del pennarello, lo spruzzino, le bombolette spray, la lattina di Coca Cola sono tutti elementi che ricordano il sangue, in particolare quello che l’anti-eroe ha sulla coscienza. Egli combatte con tutti i suoi spettri, fino a prenderli a cinghiate, e la rabbia con cui lo fa lascia lo spettatore senza parole.

A cura di Donatella Abbatiello

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