«Poi viene Leonor. Le finestre diventano luce, le ragnatele tende preziose di nuvole e stelle, i rami secchi doppieri accesi, e la sera una grande serata; perché Leonor (come le ho detto mille volte e come non mi stancherò mai di dirle) unisce in sé due grazie: l’infanzia e la maestà». Nella Torre di San Lorenzo, Elsa Morante

Leonor Fini nasce a Buenos Aires il 30 agosto del 1907, nelle sue vene scorre sangue italiano, viennese, dalmata e spagnolo. Forse per questo, è un’innata cosmopolita e affonda le sue radici in molti luoghi diversi senza mai trovare un ancoraggio definitivo, tanto che lo scrittore Alberto Savino conierà l’aggettivo “finiano” per descrivere chi, come lei, galleggia e fluttua leggero nell’aria secondo il volere del vento.

Leonor cresce a Trieste, città originaria della madre, in un’ambiente borghese, liberale, traboccante di stimoli, materiali e non. Lo zio è un avvocato bibliofilo e la loro casa è piena di libri. È frequentata da scrittori come Umberto Saba e Robert Bazlen e pittori come Arturo Nathan. Un quadro familiare vivacissimo ma turbato più volte dal padre della Fini che, pur di riportarla in Argentina, tenta di rapirla. La madre Malvina adotta così un escamotage alquanto singolare: travestire Leonor da maschio per renderla meno riconoscibile.

Le trois faunesses, leonor Fini 1932

Questa esperienza avrà delle ripercussioni sulla personalità e sull’arte di Leonor Fini, bambina solitaria che inizia in età molto precoce a manifestare un forte interesse per il disegno e per il teatro. Da adolescente è una studentessa irrequieta, al punto da trascurare lo studio per copiare le opere di Piero Della Francesca, Cosmè Tura, Paolo Uccello e Pontormo da autodidatta, sino all’incontro con Edmondo Passauro che diventa il suo maestro.

Inizia a frequentare Milano a partire dal 1924 – non ancora maggiorenne – per realizzare dei ritratti su commissione e solo dal 1929 si trasferisce stabilmente nel capoluogo lombarda dove espone le sue opere per la prima volta presso la storica Galleria Barbaroux. Milano è una città in pieno fermento ed è qui che conosce Carlo Carrà, Achille Funi – suo compagno per un breve periodo – e Giorgio De Chirico.

Leonor dipinge moltitudini di donne, felini, sfingi e misteriose figure antropomorfe. La donna è soggetto privilegiato del suo fare artistico, ne esplora le stratificazioni emotive legate all’inconscio e alla sessualità attraverso un personalissimo stile pittorico (Le trois faunesses, Autoportrait avec Chimere, Deux figures grotesques).

Più in generale, i personaggi rappresentati agiscono entro i limiti di un immaginario teatro di posa, ibrido tra realtà e sogno, la cui dimensione dello spazio si impregna di infiltrazioni oniriche costanti. Proprio queste caratteristiche – che resteranno una peculiarità della sua produzione – verrà spesso associata al Surrealismo. Approda a Parigi nel 1931, città dove tornerà spesso nel corso della sua vita, mentre a partire dal 1936 espone a New York e nelle maggiori città europee.

Entra in contatto con il gruppo dei Surrealisti solo nel 1933 grazie alla stilista Elsa Schiaparelli, per la quale realizza la bottiglia di un profumo, la Schoking Pink Schiaparelli, il cui design verrà ripreso anni dopo da Jean Paul Gaultier.

Intreccia forti legami d’amicizia con Salvador Dalì, Man Ray, George Bataille e Max Ernst. Quest’ultimo ce ne restituisce un ritratto emblematico: donna dal fascino meticcio «alta, dal portamento superbo, coi capelli e gli occhi di un nero bluastro». Croce e delizia di Leonor: il suo estro magnetico, fonte di profonda ammirazione ma anche di critiche feroci.

Dopo la sua prima collaborazione con Schiaparelli, Leonor Fini inizia a lavorare tra il 1944 e il 1977 per il teatro di prosa, l’opera lirica, il balletto e il cinema, affermandosi come scenografa e costumista. Sono celebri le sue maschere dalle sembianze feline, finemente decorate con strass, perline e ricami che vengono indossate dall’artista stessa e da altri. Il suo amore per i costumi – e più in generale per l’arte del travestimento – ha un significato profondo, assume il valore di un rito che fa emergere in superficie quanto è nascosto in ognuno di noi.

Méthamorposes équivoques, Leonor Fini, 1953

 

La toilette inutile, Leonor Fini

 

 

 

 

 

 

 

Nel dopoguerra fa ritorno in Francia, dove alterna soggiorni parigino a soggiorni estivi nel Sud e in Corsica. Negli anni della maturità lo stile della Fini appare più cupo, più vicino alle pennellate del Romanticismo britannico o a soggetti della pittura preraffaelita, dove permangono le figure ma in atmosfere più inquiete e opprimenti (Méthamorposes équivoques, La toilette inutile, Asphodèle). L’artista sperimenta, è prolifica e poliedrica. Non ricerca mai uno stile definitivo ma fa della mutevolezza uno strumento artistico valido per ogni dipinto, gioiello, racconto o vestito. Circondata dalla sua tribù di gatti, Leonor Fini muore a Parigi il 18 gennaio 1996.

A cura di Ludovica Girau

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