“Quando ero ragazzo, feci un sogno ad occhi aperti in cui firmavo il confine della volta celeste. Quel giorno iniziai ad odiare gli uccelli che volavano nel cielo perché cercavano di bucare la mia opera più importante e più bella. L’evento segnò l’inizio della mia carriera come pittore”. Yves Klein

L’uomo che era ossessionato dal vuoto, dal monocromo e dal fuoco, l’uomo che anacronisticamente aveva precorso i tempi, l’uomo che ha fatto dell’immateriale e dell’anticonvenzionale il suo tratto distintivo, l’uomo che ha contribuito a modificare il modo con cui attualmente ci approcciamo all’arte. Un uomo che si spense giovane, troppo giovane a soli 34 anni il 6 giugno del 1962. E oggi, noi lo vogliamo ricordare non volendo commemorare la sua dipartita, bensì sottolineando come egli così generosamente abbia lasciato nella nostra società un’impronta, che seppur fugace ha modificato radicalmente la storia dell’arte e del nostro costume.

Les Amis de la Société anonyme des artistes: Yves Klein

L’artista eccentrico e poliedrico, in perenne ricerca e sperimentazione, si pone come anticipatore della performance art, universalmente riconosciuto come “Yves- Le Monocrome”, soprannome derivatogli dalle sue opere distinte dall’uso di un unico colore, in particolare dal blu. Blu, che funge da unificazione tra cielo e terra, analizzato e scomposto con la precisione e il metodo di uno scienziato con l’intento di una stesura il più possibile pura e priva di interferenze persino dei leganti. Il risultato è stato la creazione di una tonalità nuova del colore, denominato International Klein Blue (IKB, =PB29, =CI 77007). Il pigmento puro rappresenta per l’artista l’essenza stessa di una materia vivente le cui sfumature corrispondono invece ai diversi stati d’animo del colore stesso. Rappresentare l’essenza dunque, e il materiale che rimandi all’immateriale, è la vera ossessione dell’artista.

Les Amis de la Société anonyme des artistes: Yves Klein

Un tema ricorrente collegato alla tematica dell’immateriale è il vuoto, ‘’presente’’ nelle esposizioni realizzate in stanze vuote e nel fotomontaggio dell’artista stesso che sembra gettarsi nel vuoto.
Non per coincidenza infatti erano gli anni dei primi lanci aerospaziali, dove l’uomo aveva rivalutato tutte le proprie conoscenze, potenzialità e la propria idea di esistenza, esplorando ciò che si riteneva l’infinito vuoto. Questo spaventò molti e ne entusiasmò altrettanti, Yves Klein non poté che rimanerne affascinato e influenzato.
Egli decise nelle sue opere di scomporre la materia nelle sue componenti essenziali per lasciar comprendere allo spettatore che anche noi in quanto esseri materiali possediamo intrinsecamente un’essenza immateriale che ci accomuna.

Les Amis de la Société anonyme des artistes: Yves Klein Les Amis de la Société anonyme des artistes: Yves Klein

La sua è una sorta di visione metafisica dell’esistenza che lo ha accompagnato durante tutto il corso della vita e della sua carriera d’artista. L’idea dell’essenza, dell’eternità, dell’infinito, una continuità che viene in qualche modo valorizzata dall’artista nelle sue opere, non per fermare un attimo fuggevole del tempo, ma per mostrare quanto la materia simboleggi l’impronta di un qualcosa che sarebbe altrimenti impossibile rappresentare in quanto immateriale. Il concetto di impronta viene ben rievocato da una serie di opere dal titolo Antropometrie, nelle quali l’artista cosparse il corpo delle modelle con tintura blu e le fece sdraiare su un foglio bianco per lasciarvi una stampa. Quell’impronta apparentemente incomprensibile ma che antropologicamente costituisce l’essenza della nostra stessa esistenza, quell’impronta che in quanto appartenente al sensibile non è univoca, ma se osservata in quanto essenza rimanda alla medesima origine, eternamente uguale.

Poco prima di morire prematuramente nel 1962, Yves Klein scrisse:

“Ora voglio andare oltre l’arte – oltre la sensibilità – oltre la vita. Voglio entrare nel vuoto. La mia vita dovrebbe essere legata ed eterna al tempo stesso perché essa non ha né inizio né fine …Voglio morire e voglio che si dica di me: Ha vissuto perciò vive”.

 A cura di Carolina Cammi

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