Ameliè Nothomb: la belga che non vuole invecchiare

568

a cura di Elisabetta Lisa

“Capita mai che siamo attratti da persone che ci recano diletto? Impensabile. Ci si innamora di persone che non si sopportano, di persone che rappresentano un pericolo insostenibile.[…] Nell’amore io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l’altro: quando sento il bisogno di uccidere una determinata persona, un meccanismo misterioso- un riflesso immunitario? Una fantasia di innocenza? La paura di finire in galera?- fa si che io mi cristallizzi intorno a quella persona. Ed è per questo che a quanto ne so non ho ancora omicidi al mio attivo”.

Credo fermamente che di uno scrittore non contino solo i libri scritti ma anche il vissuto. La belga Ameliè ne è la prova vivente, capace come è stata di disossare la sua esistenza in più di ventidue titoli, attingendo dalla cultura nipponica, lisacui è particolarmente legata, quell’abnegazione nel lavoro che la spinge a pubblicare con ostinazione un libro l’anno. Prima, durante e dopo le vacanze pasquali, la sua scrittura mi ha piacevolmente cullato, accompagnandomi fino ad ora, quando sono oramai pronta a congedarmene. Ho vissuto la sua estrosità come una piacevole e fugace avventura, convincendomi della sua impossibilità a sfuggire a quella particolare letteratura votata inevitabilmente alla caducità.

Imponendosi una brevitas che ha tutto il sapore dell’esercizio letterario sollazzante e godurioso, specie nella scelta terminologica (ricordando a tratti la Valduga che se ne distanzia però in quanto poetessa), si piazza nel panorama letterario corredata di apparato esistenziale complesso e teneramente compiacente ai must editoriali attuali. Ammiccando alla parte della disagiata e estrosa single che vive delle sue tante, troppe ossessioni, gioca al ping pong mediatico sfrecciando da una trasmissione televisiva all’altra, indossando cappelli da prestigiatrice e ostentando un incarnato iridescente degno della famiglia Adams al massimo splendore. Aldilà delle trovate editoriali, scontate quanto la pioggia londinese in un pomeriggio di fine autunno – oltre che imbastite ad hoc per coloro ai quali è facile far credere, ad esempio, che la letteratura in Italia sia identificabile con i vari Baricco e Gramellini, sembrerebbe molto più utile soffermarsi su quanto di interessante sia capace di trasmettere la “diafana belga”.

Tutto quanto provenga dalla sua penna ha il sapore del “buona la prima”: dialoghi serrati, personaggi appena tratteggiati, descrizioni inesistenti e un ridondante ritorno sul tema del cibo, che si ripete fino alla sua ultima pubblicazione, gridando l’insofferenza di chi, come lei, un tempo ha vissuto il dramma dell’anoressia. Tutto è drammaticamente rivolto a un epilogo sconvolgente, immancabile, che non tarda ad arrivare, declinandosi quasi sempre in un omicidio.

La sua scrittura è il portale di cui si serve per mettere a tacere la smania di chi è afflitto dal mal de vivre di baudelairiniana memoria. Una scrittura tutta radicata nel tentativo di dar voce a una sofferenza che nasce dal gusto stesso di soffrire. E anche quando si spinge a narrare storie realmente “tragiche”, lo fa con il gusto di chi ama suscitare nel prossimo una triste compassione. E’ forse questo l’aspetto più tenero delle sue pagine. Ecco perché la dove taluni elevano la sprizzante autoironia a sua caratteristica precipua, pare invece di scorgere soltanto un ghigno patetico e autocommiserativo.

Si ha la netta sensazione di affondare nel racconto di chi avrebbe voluto prolungare la propria infanzia all’infinito e, avendo fallito nel tentativo, lisa3si sia destato un giorno ritrovando nella scrittura la piacevole illusione di perpetrare le tenere reminescenze del passato. La geografia dei suoi testi mima quella belga: incapace di altezze, gode solo talvolta di qualche raffica impetuosa. Un’altra geografia che le è particolarmente cara è quella Giapponese: i suoi sono romanzi-inno a quella nazione, un tributo continuo alla cucina nipponica e ai suoi particolarismi culturali. A tal proposito vorrei sconsigliare a chiunque si appresti a leggere un libro della Nothomb, di spingersi fin nell’assaggio di alcuni piatti da lei caldamente consigliati. Pagine intere dedicate alle prelibatezze giapponesi hanno finito per convincere me e altri ad assecondare l’impulso a ricercare e addentare un okonomiyaki, con pessimi risultati per il nostro apparato digerente da europei.

In ultima analisi ciò che più colpisce è l’ariosità dei suoi dialoghi. È proprio sui famosi battibecchi densi e ridondanti, veri pentagrammi alfabetici, che la scrittrice ha fondato la sua fortuna; alle volte arrivano a essere talmente ritmati, da poter essere letti ad alta voce e in compagnia, senza innescare nessuna forma d’imbarazzo. Che la scrittrice belga abbia scoperto il segreto della perfetta oratoria o abbia scovato la migliore crema solare del secolo, questo lo scopriremo soltanto continuando a seguire le sue bizzarrie. L’appuntamento è stabilito, lo sappiamo fin da ora.

Commenti su Facebook