“Quando ero piccolo mio padre mi raccontava sempre una storia. Mi diceva: «Sai qual è l’unico modo per uscire fuori da un labirinto, Tarek?» Io dicevo no e lui mi diceva: «L’unico modo per uscire da un labirinto è mettere la mano sinistra sulla parete e andare dritto senza staccarla mai. Prima o poi tu percorrerai tutte le pareti del labirinto e avendo pazienza riuscirai prima o poi a trovare l’uscita.» Quando me lo raccontava io mi chiedevo sempre «Sì, ma quando mai mi ritroverò dentro ad un labirinto?» […] Ho iniziato a costruire attorno a me un labirinto, sempre più grande, per non far entrare nessuno, ma questo labirinto era diventato così immenso che ad un certo punto mi ci sono perso. Mi sono ritrovato di fronte solo un foglio di carta bianco ed ho iniziato a vedere quel foglio di carta come un labirinto dalle pareti di carta. Non sapevo più come uscire. L’unico modo per uscire da un foglio bianco è scrivere, scrivere, scrivere fino a che le parole non perdano di senso. Fino a romperle e ricomporle.”

È così che Tarek Iurcich, aka Rancore, saluta il pubblico dell’Alcatraz prima di eseguire Depressissimo, pezzo estratto da Musica per bambini, il titolo del suo ultimo album che dà anche il nome al tour che domenica sera è approdato a Milano per la sua penultima tappa.

E per due ore Tarek nei suoi labirinti ci trascina davvero: dei labirinti oscuri i cui muri portanti sono il disagio esistenziale e le difficoltà di un bambino che, una volta cresciuto, riesce finalmente ad urlare da una culla d’acciaio la propria insofferenza verso una realtà sempre più caratterizzata dall’incomunicabilità e dall’alienazione dell’individuo nel proprio Centro asociale. Nonostante questo, sul palco Rancore non è mai da solo: oltre all’Orqestra, ad accompagnarlo ed accompagnarci nel suo dedalo interiore, proveniente da un led wall c’è una sinistra voce meccanica che, come una sorta di Big Brother orwelliano, tiene sotto scacco i pensieri e la vita di Tarek/Winston, il quale però alla fine – a differenza del protagonista del libro –, non cambiando idea sul proprio io e rimanendo se stesso, sfugge in modo quasi catartico a quel controllo assillante e da quel labirinto riesce ad uscire attraverso il proprio diario segreto, le cui pagine sono fitte di incastri perfetti costruiti su una metrica serratissima e di rime così profonde, taglienti e amare da risultare tutt’altro che per bambini.

Nella folta scaletta proposta da Rancore, trovano spazio anche alcuni dei featuring che l’hanno visto partecipe negli ultimi anni, tra i quali non potevano mancare Il meglio di me, brano contenuto in Requiem, l’ultimo album di Claver Gold, e Argentovivo, il pluripremiato pezzo portato a Sanremo con Daniele Silvestri.

Il live di Rancore non è però solo un’occasione di autoanalisi e di riflessione sul mondo che ci circonda, ma è anche un perfetto esempio di edutainment, che in un genere come il rap, spesso tacciato di ignoranza e di cui una grossa fetta di pubblico è rappresentata da adolescenti, è sempre cosa buona e giusta: si passa infatti dalla sequela di immagini di classici della letteratura e di opere d’arte da cui Tarek attinge in ogni singola barra di Arlecchino, alla proiezione di una vecchia foto di Palmiro Togliatti nell’intro dell’attesissima S.U.N.S.H.I.N.E., ennesima conferma di quanto Rancore sia senza dubbio uno dei rapper più interessanti e stimolanti della scena odierna.

Quello messo in piedi da Rancore è uno show in cui la forma non surclassa il contenuto e in cui la protagonista torna ad essere finalmente la poetica della parola nuda e scabra, essenziale nella sua complessità, ma così potente da poter prendere il posto di quella mano sinistra e abbattere quei muri che, alla fine, non sono poi così invalicabili.

A cura di Greta Valicenti

Photo credits: Riccardo Trudi Diotallevi Photography 

Commenti su Facebook
SHARE