A STOMACO VUOTO @ IL LAZZARETTO

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A cura di Alessandro Melioli 

Gli intrecci e l’unione di design, arte e parole danno vita ad una delle esposizioni più interessanti e provocatorie di tutta la settimana del Salone del Mobile, A Stomaco Vuoto. Nata da un concept creativo di Linda Ronzoni, Andrea Vitullo e Alfred Drago, e sviluppata e curata dallo studio DWA – Alberto Artesani e Frederik De Wachter, la mostra ruota intorno a ventuno progetti che hanno come tema centrale il digiuno. L’esposizione si trova nella stupenda cornice dello spazio Il Lazzaretto, luogo di ritrovo creativo dei membri dell’associazione omonima, fondato proprio da Alfred Drago e progettato da DWA, e posto all’interno del circuito Porta Venezia in Design; A Stomaco Vuoto presenta il lavoro di designer appositamente invitati a interpretare, attraverso le loro opere, un tema particolare e complesso come quello del digiuno. Ovviamente la scelta del digiuno non è casuale e vuole essere una provocazione nella città che a breve ospiterà l’Expo, incentrato appunto sull’alimentazione. A partire da maggio, infatti, Milano sarà animata da un grosso confronto a livello mondiale su questo tema; il fine della mostra è quello di inserirsi all’interno di questo dibattito di idee non creando fratture o portando critiche isolate, ma per aprire un varco di consapevolezza su un tema così delicato come quello della sostenibilità.

A Stomaco Vuoto non allude unicamente all’assenza di cibo, ma è una metafora di altri vuoti; rimanda ad assenze e digiuni di ogni genere, a sottrazioni, a cambiamenti, a rigenerazioni. Scopo dei curatori è quello di gettare luce sui nostri limiti, è un invito a misurarsi con questi e a spogliarsi del superfluo, in nome di una ricerca di ciò che sta al centro, di ciò che è vitale. La via tracciata dagli artisti di questa esposizione è quella di andare alla scoperta dell’essenza delle cose, una direzione con verso contrario rispetto all’andamento della nostra società, nella quale vi è una bulimia di cibo, notizie, connessioni, ma un grosso vuoto di senso. Un nuovo senso, un nuovo tracciato si pone come terza via tra coloro che mangiano troppo e coloro che non hanno nulla da mangiare: poter scegliere di rimanere a stomaco vuoto.

Il digiuno viene recuperato nel suo valore umano e sacro, grazie all’opera Fasting Religions di Analogia Project, un calendario lunare nel quale si intrecciano tutti i periodi di digiuno previsti dalle maggiori religioni, e grazie a Dusk, celebrazione del Ramadan da parte di Alberto Artesani e Frederik De Wachter, rappresentato da un tavolo imbandito con una bottiglia d’acqua, un bicchiere e un dattero, ad imitazione del profeta Maometto e del rito che accompagna il calare delle tenebre e l’interruzione dell’astinenza.

Centrale è il ruolo delle donne, come ci ricordano l’opera di Giovanna Silva e Paolo Berra, Congo, fotografia di una donna di Kingasha intenta a trasportare un casco di banane in testa in quanto unica forma di sostenatamento, e 1909, collezione di cinque piatti che vogliono rendere omaggio al movimento delle sufragette e che si riferiscono allo sciopero della fame di Marion Dunlop del 5 luglio 1909, usato come mezzo di protesta e strumento politico per rivendicare i propri diritti.

Il vuoto, assenza di spazio, diventa spazio materiale e tangibile in Dug and Stuff di Peter Marigold; una serie di recipienti di argilla, ottenuti riempiendo un buco incavato in un tronco, sono posti in fila in ordine dal più piccolo al più grande e rimandano all’immagine paradossale del vuoto.  Anche Alfredo Drago Rens ci rappresenta “ciò che non è” in Libero, disegno di un corpo umano che al posto di un stomaco presenta un grosso vuoto, sinonimo in questo caso di libertà dai dolori, dai crampi e dalle sofferenze.

Ogni opera meriterebbe di essere citata perché ognuna a modo proprio è un varco di riflessione all’interno del semplice apparire. A Stomaco Vuoto sono parole che si servono del design e dell’arte per rappresentarci in maniera scomoda, paradossale e impensata il nostro rapporto con ciò che ci sostiene, con ciò che ci tiene in vita. È una riflessione provocatoria che scava dietro alla semplicità dell’alimentarsi, vettore di senso dell’umano e non mero gesto indifferente.

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