La vita non è quella che si è vissuta,
ma quella che si ricorda e come la si ricorda
per raccontarla.

(Gabriel Garcìa Márquez, Vivere per raccontarla)

 

“In un certo senso, credo che sempre scriviamo di qualcosa che non sappiamo: scriviamo per rendere possibile al mondo non scritto di esprimersi attraverso di noi” (Italo Calvino).
Il mondo non scritto per Teresa Ciabatti è Teresa Ciabatti stessa: quello che cerca (e non trova) nella scrittura, è l’origine della donna che è diventata, attraverso la riscoperta delle persone che sono stati i suoi genitori.

Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un’origine, ricordo, collego. Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male. Ricordo, collego, invento.
Cosa ha generato questa donna incompiuta?

Figlia prediletta di Lorenzo Ciabatti, primario dell’ospedale di Orbetello, noto e venerato da tutti come il Professore, Teresa cresce tra agi che altro non sono se non un velo che oscura alla vista il mondo reale. Capricciosa, viziata e prepotente, usa ad ottenere ciò che vuole in virtù del dominio incontrastato del padre, l’autrice si ritrova, sola, sulla vetta di un monte da cui è precluso l’accesso alla realtà sottostante. E quando, infine, avvengono la cacciata e la disgregazione dell’Eden che è la sua infanzia, la reazione più a portata di mano è cercare, fintantoché possibile, di fingere che nulla sia cambiato, chiudersi nel ricordo, rifiutarsi di crescere addossando ai genitori separati le colpe e le responsabilità delle proprie frustrazioni, mantenendo così viva quella distanza, quel rapporto di subordinazione figli-genitori che è scudo dietro cui nascondere a se stessi la paura di vivere.

L’infanzia di Teresa vacilla quando, tredicenne, vede suo padre piangere per la prima volta (“In tredici anni di vita noi non abbiamo mai visto mio padre piangere. È difficile risistemare le categorie, ridefinire i ruoli, stabilire le eccezioni, e soprattutto capire cosa dobbiamo fare noi, qual è il nostro compito di figli adolescenti e spaesati. Questo ti viene chiesto, figlia: capire che mamma e papà sono esseri infinitamente piccoli).

L’infanzia di Teresa viene svenduta per un miliardo di lire, al posto dei sei che vale la villa delle vacanze estive, il castello della principessa che sente di essere. Ma sono eventi che riescono solo a scalfire la gabbia dorata in cui si è rinchiusa, preferendo vivere della luce opaca riflessa dal ricordo di un’epoca passata e felice piuttosto che scontrarsi con i cambiamenti della realtà.

L’infanzia mai conclusa di Teresa viene stravolta una volta ancora adesso, a quarantaquattro anni: Gran Maestro della Loggia di Firenze incaricato di stringere rapporti con il potere americano, adultero, bugiardo. Generoso benefattore, buon padre di famiglia innamorato dell’unica figlia femmina. Chi era veramente Lorenzo Ciabatti? La più amata restituisce e trae le somme di anni di indagini alla disperata ricerca dell’identità di un padre che non si è saputo conoscere, nel vano tentativo di autoconvincersi che la ragione di quel sentirsi “incompiuta” vada ascritta all’incompiuta visione del mondo che ha caratterizzato gli anni della crescita dell’autrice.

Attraverso una scrittura intima, nervosa, interrotta, Teresa Ciabatti dà conto al lettore di quest’ansia di conoscenza che è il bisogno di capire se stessi. Come a tentare di ricomporre un puzzle andato in pezzi, la narrazione prende la forma di un flusso di coscienza che non si risparmia continue fughe in avanti e rapidi flashback indietro: le scene si susseguono come fotogrammi, a cercare di ritrovare la coerenza nella trama del film che è la vita dell’autrice.

Ma quello descritto è un mondo di rapporti imperfetti, segnati da perenni non-detti e da quella che sembra configurarsi come una sostanziale impossibilità di capire a fondo gli altri. Un mondo in cui ognuno rimane confinato nel proprio micro-universo, una bolla, che nel caso di Teresa ha la forma della villa di Pozzarello dove trascorre le estati di bambina.

Per questo il plot twist, l’evento tanto atteso destinato a svoltare l’intera storia aprendo la strada al finale nel quale tutto prende senso, non arriva: nessun tragico evento, nessun trauma rimosso ha inflitto nella vita dell’autrice una frattura mai risanata, se non l’autrice stessa.

La più amata (Mondadori, 2017) è il tentativo di mettere ordine per ricominciare, il racconto del percorso mai concluso che è la conoscenza, e l’accettazione, della persona che siamo diventati, e il perdono di quelle che siamo stati.

A cura di Claudia Tanzi

 

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